Skyfall. James Bond tra product placement e disseminazione sociale della marca

Nuovo capitolo dell’agente segreto più famoso di tutti i tempi, nuova occasione di osservare le dinamiche di marketing e di brand management che si sviluppano attorno ad un evento – e ad un brand, a tutti gli effetti – di questo tipo.

Grandi brand hanno fatto la storia legando il proprio nome a quello di James Bond (su tutti, cito Aston Martin). Mai come in questo caso, però, attorno a 007 si sono accalcate marche su marche, di ogni tipo, in maniera più o meno evidente.

Ve ne riporto alcune, qui di seguito…

1• Heineken: 45 milioni di dollari sono usciti dalle casse dell’azienda olandese per piazzare la bottiglietta verde in mano a Daniel Craig. Cifra folle, per un paio di rapide apparizioni in “Skyfall”? Non a mio avviso. Ricordiamoci sempre che, quando parliamo di product placement, ci riferiamo ad una pubblicità “eterna”: chiunque veda questo episodio di 007 nel mondo, sia esso al cinema, in TV, in streaming o in DVD, si troverà di fronte questo brand. Non parliamo di bruscolini, ma pochi sono i film che possono garantire – o quasi – un tale successo ex ante (che, guarda un po’, è il cruccio principale delle operazioni di product placement), e gli episodi della saga di James Bond sono tra questi.
Molto carino, peraltro, lo spot Heineken, che vi allego di seguito.

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2• Omega: non una novità.

Uno tra gli sponsor più “ingombranti” è proprio Omega, il celebre brand orologiaio svizzero. Magnifico il nuovo Seamaster Planet Ocean 600M SKYFALL, in edizione limitata (prodotto in soli 5.007 esemplari), al polso di Bond.

Tuttavia, non ho mai apprezzato l’eccessivo risalto dato da dialoghi ed inquadrature. Tutti noi ricordiamo, in “Casino Royale”, un evidentissimo script placement nel dialogo tra Eva Green e Daniel Craig (“Rolex?”, “Omega.”). Bene, in “Skyfall” assistiamo ad un primissimo piano sull’orologio, che stona un po’ in un film di un certo livello, a mio parere. Nulla di clamoroso, comunque.
E, ad ogni modo, i soldi sono soldi, quindi…

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3• Sony: qui, davvero poco da dire. Insomma: è Sony Picture a produrre il film, quindi…
Ad ogni modo, però, valori di Sony quali stile ed eccellenza ben si accostano alla figura di Bond, ed è soprattutto per questo che il co-branding è azzeccatissimo.

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4• Coca-Cola Zero: qui, il discorso verte più sulla disseminazione sociale del brand “007″, che sul product placement. Una volta uscito dal contesto-cinema, la forza di questa marca si moltiplica e, appunto, si dissemina in un gran numero di prodotti. Molto interessanti le iniziative realizzate da Coca-Cola, che sposa la sua versione “Zero” con il nome di Bond. Anche qui, stesso discorso di Sony: i valori che Coca-Cola Zero ha già manifestato in ogni comunicazione pubblicitaria – e, più in generale, in ogni significante della marca, dal packaging in poi – si ritrovano nella core identity dell’agente segreto: energico, maschile, sofisticato.
Eccovi uno degli spot realizzati ad hoc, molto simpatico, ed un’iniziativa di marketing non-convenzionale, ripresa dal sito BusinessInsider:

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5• Aston Martin: ordinaria amministrazione, verrebbe da dire.
In chiave heritage, tuttavia, da segnalare il ritorno della mitica Aston Martin DB5.

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6• Procter & Gamble Prestige: è qui che troviamo uno dei massimi esempi della disseminazione sociale del brand, alla quale ho fatto precedentemente (e un po’ impropriamente, a dire il vero) riferimento. In particolare, P&G ha concluso l’operazione di brand licensing per realizzare la fragranza “James Bond 007″, distribuito in Italia dalla catena Profumerie Douglas.
Da appassionato – o, meglio, da “malato” – di profumi maschili, mi duole ammettere di non averlo ancora provato. Tuttavia, nel packaging e – sento dire – nella fragranza, lo stile elegante, sobrio e fortemente maschile di 007 è stato rispettato ed esaltato.
Per informazioni più specifiche sul prodotto, vi rimando a questo permalink.

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7• Tom Ford: caso inverso, questo, rispetto ai precedenti: screen placement puro, dove il brand non viene mai citato e, a dirla tutta, il suo logo mai mostrato.
Dopo “Quantum of Solace”, lo stilista statunitense torna a vestire Daniel Craig con abiti di un’eleganza sobria e minimal che pochi possono vantare.
Niente manifesti, però. Come dire: “Ti piace come veste Bond? Chiedi a Google, e in pochi secondi saprai chi c’è dietro”.

Molti altri sono i possibili esempi: sicuramente meno evidenti, ma ugualmente significativi.
Morale della favola? Sia sul suo territorio – col product placement – sia “fuori casa” – con la disseminazione sociale ed il brand licensing – un brand cinematografico di valore può rivelarsi una vera e propria miniera d’oro.
Ma, come sempre, occhio a non esagerare: pena, il depauperamento dell’equity della marca e, in sostanza, della sua forza.

Daniele Vincenzoni

Google+, tra finto cloud e mimetismo dei linguaggi. Comunicazione tradizionale: you’re doing it wrong

Proprio in questi giorni, capita di vedere in TV i nuovi spot di Google+. La cosa sa un po’ di nuovo: si sa, Big G non è solito frequentare il piccolo schermo.
Tuttavia, nulla di così strano: se il tuo social network site fatica a decollare, e se le tue finanze ti permettono di acquistare spazi televisivi, il nesso che si viene a creare tra le due constatazioni ci mette poco a farsi più stretto.
Ed in effetti, a mio parere, questa è una buona mossa per Google. Infatti, nonostante media digitali e Web 2.0, ad oggi nessun medium genera una awareness, una notorietà pari a quella restituita dalla TV.

Però, si sa, c’è modo e modo di fare le cose: buone le intenzioni, pessima (o, quantomeno, discutibile) la realizzazione. In particolare, due sono i punti su cui scelgo di battere.

Per prima cosa, i linguaggi utilizzati. Battere all’infinito sul modo in cui la tecnologia può semplificarci la vita è cosa trita e ritrita. Ad ogni modo, se è questo il messaggio che si sceglie di passare, occorre trovare un modo originale ed efficace per raccontarlo. Chi è già da un bel po’ che comunica via TV, guarda un po’, è Apple. La stessa Mela che, ad oggi, è il “nemico” numero uno di Google.
Scimmiottare il suo modo di fare pubblicità può, senza dubbio, rivelarsi un vero e proprio boomerang. Sul breve periodo, non riesce a dare un ché di distintivo al servizio che si promuove; alla lunga, cosa ben peggiore, finisce col configurare Google come un follower, un competitor sempre un gradino sotto rispetto ad Apple. Tutto ciò, inutile dirlo, a lungo termine indebolisce il brand.
Inoltre, considerazione ben più spicciola, bisogna capire e conoscere un mezzo di comunicazione, prima di utilizzarlo. Lo spot, che vuole essere emozionale, è davvero soporifero: un monologo terribilmente prolisso per spiegare che le tue foto, stipate nella memoria dello smartphone che hai smarrito, non sono perse per sempre, ma le ritrovi su un album ospitato sul tuo profilo G+. Per fare un paragone – non a caso ancora con Cupertino – Apple è riuscita a spiegare il cloud computing in uno spot semplice, dinamico, piacevole da guardare (cosa tutt’altro che scontata, visto che l’attenzione del telespettatore è merce davvero rara).

Ora, visto che ho citato l’argomento, parliamo di questo “simil-cloud” offerto dal social di Mountain View. Infatti, un vero e proprio servizio cloud fa sì che i tuoi dati ed i tuoi contenuti, con annesse relative aggiunte e modifiche, siano aggiornati e reperibili su ognuno dei dispositivi sincronizzati: proprio come nello spot Apple di cui sopra, modifico un documento su uno dei miei device, e ritrovo il tutto su ogni altro componente del mio bouquet tecnologico. Allo stesso modo – e in maniera ben più calzante, nella fattispecie – scatto una foto col mio iPad, e questa finisce in automatico nella libreria iPhoto del MacBook Pro, e via dicendo.
Diverso è quello che, ad occhio e croce, sembra esser spacciato come cloud computing, ma non è nulla di più che un comune servizio di hosting: scatto una foto, e questa finisce automaticamente all’interno di un mio album privato su Google+. Niente di così “smart”, a dire il vero. Soprattutto – con un po’ più di malizia – una domanda: siamo davvero sicuri di voler dare a Google, in via istantanea, ogni singola foto scattata dal nostro cellulare? L’album è privato, il ché è meglio di niente, però io non sarei del tutto certo di voler girare a Big G tutte le immagini catturate con il mio smartphone.

Google+, social network site validissimo ma ancora in cerca di una vera identità, di una serie di caratteristiche davvero distintive, prova a farsi largo utilizzando i media tradizionali: best wishes ma, a mio parere, you’re doing it wrong.

Daniele Vincenzoni

p.s.: a quanti si chiedessero cosa ci azzecchi il trinomio Google – social networking – Apple, ricordo che ogni comunicazione fatta dal brand, a prescindere dal prodotto/servizio pubblicizzato, racconta per prima cosa il brand stesso. Quindi, come tale, è suscettibile di un confronto diretto con quelli che, per l’appunto, sono i competitor della marca in questione. Paragone azzardato? ;)

Né radio, né Twitter. #twitandshout, l’evento alla Sapienza

 

#twitandshout: esperimento di ibridazione tra Twitter e la radio, in onda su RaiRadio2 in puntate settimanali della durata di un quarto d’ora – da ascoltare per intero o in pillole di due-tre minuti, sparse negli interstizi del palinsesto radiofonico – nelle quali alcune twitstar leggono a ritmo incalzante i propri tweet, riguardanti uno degli argomenti del giorno. Il tutto, ben orchestrato da Alex Braga.

Vengo a conoscenza di questo programma leggendo un articolo del prof. Marco Stancati sul portale TechEconomy. Un articolo critico – si intenda l’aggettivo con accezione positiva – nel quale di fatto il programma non viene bocciato, ma semplicemente rimandato. In effetti, diverse sono le criticità, ma il tentativo è innovativo e promettente. D’altro canto, Rome wasn’t built in a day, no?

Dal “via” alla trasmissione, il 21 aprile 2012, sino all’evento organizzato nel Centro Congressi dell’università Sapienza di Roma, passano pochi giorni. Per gli studenti “sapientini”, la causa di quest’ultimo è ormai nota: Braga legge l’articolo di Stancati, e lo contatta per chiedere un confronto. E confronto è stato, il 7 maggio.

Difficile trovare un punto d’inizio: l’incontro è intenso, e pieno di ottimi spunti di riflessione. C’è molto di cui parlare. Facciamo ordine, e partiamo dalle critiche maggiormente condivise.

Personalmente, ritengo che accostare Twitter e radio sia complesso, tanto a livello strutturale, quanto sul versante contenutistico. Da una parte abbiamo il tweet: se ben realizzato, non è semplice riduzione di complessità ma, al contrario, un concentrato di pensieri ed informazioni. Se un argomento è un albero, il tweet che ne parla non è un ramo, ma un bonsai. Complesso, talvolta da rileggere e da interpretare: è vero che 140 caratteri richiedono cinque secondi per essere letti, ma ne pretendono almeno il doppio per essere assimilati.
Dall’altra parte, c’è la radio, con il suo pubblico. Siamo frenetici, in continuo movimento: un po’ per necessità, un po’ per scelta, sposiamo l’easy listening, l’ascolto rilassato e distratto. Accendiamo la radio, ma intanto ci dedichiamo ad altre mille attività – dalla guida alla palestra, e così via – che incidono fortemente sull’attenzione che dedichiamo ad una trasmissione.
Mettiamo insieme le due cose: contenuti rapidi e complessi, quasi senza pause, e ascolto distratto. Quasi un ossimoro.

Inoltre, è facile individuare altre criticità. Per radio, spariscono maiuscole e minuscole, la punteggiatura perde di efficacia, i punti focali dati dagli hashtag inseriti nel tweet si elidono, per non parlare degli smile. Mettiamo da parte gli indizi simbolici concessici da Twitter. Probabilmente, un bravo speaker riuscirebbe a limitare i danni. E qui casca l’asino: sono le stesse twitstar a leggere le proprie creazioni. Ora: scrivere, è una cosa; parlare, è un altro paio di maniche. Un ritmo incalzante – con sequenze di una decina di tweet letti senza pause – stride se accostato a letture spesso troppo piatte e poco espressive.

Le risposte di Braga – devo dire, nella maggior parte dei casi convincenti – danno vita ad una serie di spunti. Una serie lunga, forse troppo per un solo post, ad essere onesti. Buttiamo giù qualche riflessione, cercando di organizzare il tutto attraverso uno story-telling scorrevole e ordinato…

Per prima cosa, perifrasando Alex Braga, occorre partire dal presupposto che #twitandshout è un programma che chiede di essere ascoltato, e non semplicemente sentito. Proprio per questo, dura 15 minuti, non due ore.
Riflessione: sarà banale, ma in effetti quanti riescono a fare una, ed una sola cosa, in un dato momento? Ormai, se mentre ascolto un programma in radio non porto avanti almeno un’altra attività, mi sento quasi in colpa, come se stessi perdendo tempo. Uno a zero per Alex.

Secondo poi, alle critiche sulla difficile convivenza tra Twitter e la radio, viene contrapposto un modello di integrazione tra i due basato su contenuti della piattaforma di microblogging e struttura del medium radiofonico. Quest’ultima, amplificherebbe i tweet grazie alla potenza della radio.
Riflessione: è vero che lo scopo non è “portare Twitter in radio”, né tantomeno esportarne la struttura sintattica. Tuttavia, andando oltre queste dichiarazioni, possiamo anche non concepire il tutto come una sorta di “Twitter vocale”, ma fatto sta che ci troviamo di fronte a messaggi in formato 140 caratteri. Che, guarda caso, sono i mattoncini di base di questo social network. Possiamo citare “il medium è il messaggio”, o un più umile “chi nasce tondo non muore quadrato”, ma qui le chiacchiere stanno a zero: una cosa o funziona, o non funziona. Se occorre spiegarla, già c’è qualcosa che non quadra. Questo secondo punto si lega al primo: se ti fermi ed ascolti, bene. Altrimenti, ti perdi almeno un tweet vocale su due.

Terzo punto, molto interessante: come appena detto, il rischio di perdersi qualcosa per strada è elevato. Alex Braga mi risponde con un sonoro e simpatico “chissenefrega”. Se l’ascoltatore si perde un tweet, può scaricare il podcast da iTunes o sul sito ufficiale, o magari può farsi lettore, e frugare in Twitter ricercando l’hashtag #twitandshout. Magari, scoprirà anche qualcosa in più rispetto a quanto non avrebbe fatto limitandosi all’ascolto radiofonico.
Riflessione: la crossmedialità non è utilizzare tanti mezzi tutti insieme. Quella è una conditio sine qua non, ma nulla più. Crossmedialità è orchestrare più mezzi di comunicazione, facendo sì che l’uno rilanci l’altro, generando un circolo virtuoso per il fruitore. Emblematica, a riguardo, una considerazione, che si riassume in una domanda: “ma #twitandshout si ascolta o si legge?“.

In ogni caso, punto quattro, una caratteristica di #twitandshout gode del profondo ed indiscusso rispetto di ognuno dei presenti: il riconoscimento dell’autorialità. Quando i media mainstream tendono a “pescare dalla Rete” senza riconoscere niente a nessuno – come fa notare, tra gli altri, @insopportabile, in conference call via Skype – non c’è un tweet in #twitandshout del quale non venga dichiarata la paternità.
Riflessione: ineccepibile. Le twitstar si firmano e, come già detto, “si leggono”. Punto debole o meno, quest’ultimo, Braga dichiara esplicitamente che, finché ci sarà lui alla guida del programma, a leggere i tweet saranno i rispettivi autori.

Incontro eccezionale – nel quale anche le risposte che non convincono del tutto, contribuiscono a generare ottimi spunti – e trasmissione da seguire, perché innovativa e veramente interessante. A patto che si riesca a ritagliarcisi qualche minuto al giorno per ascoltarla come si deve.

Ultimo spunto in chiusura, in chiave business: pazzesco vedere come gente che lavora insieme si sia vista in faccia soltanto oggi per la prima volta! La dice lunga sulle potenzialità del 2.0 e di pratiche quali crowdsourcing ed outsourcing

Daniele Vincenzoni

Con I-RACE, Roma-Londra si percorre a suon di tweet & like

Ci siamo quasi: circa cento giorni, e i Giochi Olimpici di Londra 2012 avranno inizio. Il 27 luglio, per l’esattezza. Sky, detentore dell’esclusiva per la trasmissione televisiva dell’evento, non manca di ricordarci ogni giorno, da svariati mesi, che metterà a disposizione dei suoi clienti più di dieci canali, permettendo così di seguire ogni singola disciplina, senza perdere nemmeno un minuto della competizione.

Inizia il count-down: 100 giorni all'inizio dei Giochi Olimpici di Londra 2012

Tuttavia, pubblicizzare un evento televisivo esclusivamente attraverso la televisione stessa, al giorno d’oggi, potrebbe risultare un tantino tautologico, in effetti. E, di sicuro, non in pieno stile-Sky, che da tempo dedica ampio spazio al mondo del social networking e dei nuovi media. Su tutte, trovo di grande interesse la pratica del giornalista Stefano Meloccaro che, durante le dirette-studio dei tornei di tennis, commenta e risponde ai tweet inviatigli dai follower.

Impensabile, quindi, non attuare una campagna social per un’evento di primaria importanza quale Londra 2012. Sky non si fa pregare e, a poco più di tre mesi dall’evento, lancia una simpatica iniziativa: la I-RACE. Roma dista dalla capitale inglese 1.430 km, e qualunque internauta può collaborare alla copertura simbolica di tale spazio. Come? Semplice: come dichiarato sul sito ufficiale di Sky, “basta iscriversi al sito i-race.sky.it o attraverso la pagina Facebook ufficiale di Sky Sport HD. La catena virtuale avanzerà per ogni nuovo iscritto, per avvicinarsi, insieme a Sky Sport HD, a Londra 2012.
Inoltre, su Twitter verrà lanciato l’hashtag ufficiale, per fare dell’iniziativa un vero e proprio trending topic, un argomento di cui parlare in rete e, appunto, twittare” (vai alla fonte).

Un’iniziativa, dal punto di vista pubblicitario, simpatica e low cost. L’azienda, o il brand, che sollecita la partecipazione dell’individuo – includendo e coinvolgendo non solo il cliente attuale, ma anche quello potenziale – genera attorno a sé un’aura positiva. Migliorando, inoltre, la propria brand awareness, la notorietà di marca. Il ché, chiaramente, non guasta.

Sky, attraverso queste iniziative, dimostra di aver ben presente l’importanza strategica rivestita dai tool 2.0, grazie alla possibilità di engagement del cliente, che viene chiamato all’azione in una maniera impossibile con i mezzi di comunicazione tradizionali.

Testimonial d’eccezione, peraltro, una bandiera dello sport italiano come Alex Del Piero.

Solo una domanda (o una provocazione, fate voi…): cosa succede se, al via dei Giochi, non si coprono i 1.430 km “virtuali”?!?

Daniele Vincenzoni

Samsung Galaxy Note contro Apple new iPad. Half-truth well told

Qual è la differenza tra una Punto ed una Ferrari? Semplice: la prima è più semplice da parcheggiare, più economica e, soprattutto, consuma meno. Sfido chiunque a smentire queste affermazioni.

BeAPPtoDate non è diventato un blog di ispirazione automobilistica. Tuttavia, leggendo sul portale TechEconomy un post sulla crociata di Samsung verso Apple, questo è stato il primo paragone a cui ho pensato.

Il Samsung Galaxy Note 10.1

In breve, i fatti: non appena lanciato da Apple il new iPad, il 7 marzo 2012, Samsung invia una tabella comparativa alle redazioni di diverse testate giornalistiche, dove emerge la presunta superiorità del suo Galaxy Note 10.1 rispetto al tablet di Cupertino. Probabilmente, meglio parlare di “mezza tabella”, però: il Note è in grado di lavorare in multitasking, è più performante nella scrittura e nel disegno a mano libera, permette un’espansione di memoria tramite scheda MicroSD. Ed ecco spiegato l’incipit di questo articolo: non una mera proporzione in fatto di forze in campo (nella fattispecie, si potrebbe parlare di Ferrari e Lamborghini, piuttosto…), ma una comparazione dove togliamo cavalli, cura dei dettagli, prestazioni e, last but not leastbrand. Ed elidiamo anche il Retina display, che in soli 9,7 pollici contiene un milione di pixel in più rispetto ai moderni televisori ad alta definizione. Il fiore all’occhiello del nuovissimo device della Mela che, magicamente, sparisce dalla tabella compilata da Samsung.

Il Retina display: 2048 x 1536 pixel in soli 9,7 pollici. Fiore all'occhiello del new iPad, di lui non c'è traccia nella tabella stilata da Samsung

Di fatto, nulla di nuovo sotto il sole. Tutto è facilmente riconducibile a quella sorta di principio della truth well told (la “verità ben detta”). Tuttavia, in questo caso, abbiamo a che fare solo con half-truth, nulla più che una mezza verità che, a mio parere, fa sì che la casa coreana faccia una figuraccia non da poco.

Ma andiamo oltre questo dolus bonus che Samsung regala a se stessa. Leggendo questo documento con occhio più critico, emerge un approccio limitato e superato verso prodotto e cliente.

In primis, infatti, è evidente come una tabella possa esprimere, fondamentalmente, solo dati quantitativi, tralasciando una serie di altre informazioni, e di veri e propri valori legati al brand e al prodotto, non manifestabili attraverso una polverosa lista di numeri. La Coca-Cola è leader del suo settore di mercato perché la sua bibita ha più bollicine delle altre, forse?!? Ci sono aziende che, non riuscendo a separarsi dal loro cieco orientamento al prodotto, sono finite in grossi guai (vedi il caso Kodak).

La forza di un brand, così come il successo di un prodotto, non si basa tanto su fattori immanenti e materiali, quanto su un asset intangibile, composto da valori, senso ed identità

E, da qui, il secondo punto: il guardare oltre. Grazie al cielo, sono ormai andati i tempi in cui il “consumatore” era solo un piccolo ed indefinito tassello da incasellare nel segmento di mercato maggiormente idoneo alle sue (poche) caratteristiche. A quanto pare, la seconda tesi del Cluetrain Manifesto (“I mercati sono fatti di esseri umani, non di segmenti demografici“) è passata inosservata in casa Samsung. In un mercato così competitivo, è folle ritenere che la scelta d’acquisto dell’individuo si basi su una manciata di dettagli tecnici. Riuscireste a convincere una persona a comprare il Galaxy Note sulla base di un più evoluto meccanismo di “copia-incolla” dei contenuti (esatto, è tra i punti della tabella…)? Certo, il discorso non è unanimemente valido: può scricchiolare, a patto che la caratteristica del device riesca a generare un vero e proprio vantaggio competitivo (vedi il Retina display, nella fattispecie). Ma poche illusioni: anche in quel caso, una semplice superiorità del prodotto non basta. La scelta di consumo, infatti, si basa su fattori identitari e sociali, ancor prima che tecnologici ed economici.

Compito a casa per Samsung: ripassare la celeberrima format-war tra VHS, Betamax e Video2000, dove a trionfare fu lo standard qualitativamente, ed indiscutibilmente, inferiore. Sappiamo tutti com’è finita, no?

Facebook come strumento di e-Recruitment. Come cambiano le regole del gioco-privacy

Come spesso accade, si sa, strumenti pensati per un’ottica consumer, per il “comune” utente, vengono successivamente adottati ed integrati nell’ambito business. Spesso, se le cose sono ben fatte, processi lavorativi e struttura organizzativa delle aziende escono da questo incontro profondamente mutati.

Se n’è parlato, proprio pochi giorni or sono (era il 15 febbraio 2012), durante l’incontro “LinkedIn che connessione?“, tenutosi all’università Sapienza di Roma (riguardo il quale ho redatto un post). In particolare, l’evento ha avuto come argomento cardine il ruolo dei social media nei processi di recruitment.

Riguardo ciò, si deve necessariamente constatare come l’utilizzo dei social network sites in azienda non sia incondizionato e, men che meno, indifferenziato. Ognuno di essi ha delle peculiarità proprio perché ogni utente li utilizza in modo differente. È il concetto di emersione: l’uso particolare che si fa di un tool 2.0 emerge, come già visto in altri post, esattamente attraverso l’utilizzo stesso che ne fanno gli utenti.

Certo, a volte le connotazioni sono francamente esplicitate: LinkedIn nasce come social network site dedicato al mondo professionale e, quindi, i suoi iscritti si presentano e si relazionano di conseguenza. Ma, con Facebook, come si mettono le cose? Cosa deve aspettarsi l’utente e, quindi, come deve comportarsi? Riducendo all’osso la questione: le aziende utilizzano Facebook e, se sì, con quali esiti?

A seguito di una ricerca, condotta da un team composto da esponenti di diverse università statunitensi (come riportato da Yahoo! Lifestyle), si evince come i recruiter, osservando per una decina di minuti la Timeline del profilo Facebook di un candidato, arrivino spesso a conclusioni simili a quelle di affermati test psicologici e modelli per la selezione del personale, come il Big Five questionnaire.

La Timeline di Facebook: non il nuovo curriculum vitae, ma un utile strumento per l'e-Rectuitment

Andando oltre le classiche prescrizioni – come il “comportarsi bene”, senza eccedere mai, essendo pur sempre in pubblico, anche se in un ambiente virtuale – questo esperimento testimonia come anche Facebook, inconsciamente considerato un tool 2.0 destinato al nostro volto “non lavorativo”, sia di fatto uno strumento prezioso in ambito business, quindi utilizzabile (ed utilizzato) anche dalle aziende.

C’è chi si lamenta, inneggiando ad un concetto di privacy che, di fatto, si è radicalmente trasformato (ed assottigliato): parafrasando, “le aziende non dovrebbero intromettersi nel nostro privato”. Può anche darsi, e concettualmente non fa una piega. Tuttavia, il mondo non risponde alle semplici regole morali e, di conseguenza, si deve fare i conti con la realtà. E, se si capiscono le regole del gioco, trarne vantaggio.

Bellina e simpatica, ma a doppio taglio, la Timeline esiste. Se si sceglie di essere su Facebook, bisogna accettarla e, attraverso il suo utilizzo, capire come ottimizzarla non solo in ottica relazionale (alludendo, con ciò, ad amici, familiari e conoscenti vari), ma anche professionale, cercando di conciliare le due cose. Ed, in effetti, non si dice nulla di nuovo: Facebook è come una festa alla quale sono presenti genitori, compagni di università, colleghi di lavoro e capi. Starci è una scelta, capire come comportarsi un’arte.

Andiamo oltre i risultati della ricerca, e leggiamo tra le righe: "impara come usare i social network", è il vero messaggio

A questo punto, un paio di curiosità: cosa fa guadagnare punti al candidato (nel surrogato del proprio profilo FB, s’intende)? Molti amici, indice di apertura ed espansività verso le persone che ci circondano (cosa che, chiaramente, anche clienti e colleghi sono), e foto di viaggio, sinonimo di apertura verso il mondo e verso nuove esperienze.

Che la ricerca sia affidabile o meno, poco importa. Il messaggio, chiaramente, non è “datevi all’upload selvaggio dei vostri album delle vacanze”. Più semplicemente (si fa per dire), non usate i social network sites, ma sappiateli usare. Il ché, evidentemente, non è la stessa cosa.