Samsung Galaxy Note contro Apple new iPad. Half-truth well told

Qual è la differenza tra una Punto ed una Ferrari? Semplice: la prima è più semplice da parcheggiare, più economica e, soprattutto, consuma meno. Sfido chiunque a smentire queste affermazioni.

BeAPPtoDate non è diventato un blog di ispirazione automobilistica. Tuttavia, leggendo sul portale TechEconomy un post sulla crociata di Samsung verso Apple, questo è stato il primo paragone a cui ho pensato.

Il Samsung Galaxy Note 10.1

In breve, i fatti: non appena lanciato da Apple il new iPad, il 7 marzo 2012, Samsung invia una tabella comparativa alle redazioni di diverse testate giornalistiche, dove emerge la presunta superiorità del suo Galaxy Note 10.1 rispetto al tablet di Cupertino. Probabilmente, meglio parlare di “mezza tabella”, però: il Note è in grado di lavorare in multitasking, è più performante nella scrittura e nel disegno a mano libera, permette un’espansione di memoria tramite scheda MicroSD. Ed ecco spiegato l’incipit di questo articolo: non una mera proporzione in fatto di forze in campo (nella fattispecie, si potrebbe parlare di Ferrari e Lamborghini, piuttosto…), ma una comparazione dove togliamo cavalli, cura dei dettagli, prestazioni e, last but not leastbrand. Ed elidiamo anche il Retina display, che in soli 9,7 pollici contiene un milione di pixel in più rispetto ai moderni televisori ad alta definizione. Il fiore all’occhiello del nuovissimo device della Mela che, magicamente, sparisce dalla tabella compilata da Samsung.

Il Retina display: 2048 x 1536 pixel in soli 9,7 pollici. Fiore all'occhiello del new iPad, di lui non c'è traccia nella tabella stilata da Samsung

Di fatto, nulla di nuovo sotto il sole. Tutto è facilmente riconducibile a quella sorta di principio della truth well told (la “verità ben detta”). Tuttavia, in questo caso, abbiamo a che fare solo con half-truth, nulla più che una mezza verità che, a mio parere, fa sì che la casa coreana faccia una figuraccia non da poco.

Ma andiamo oltre questo dolus bonus che Samsung regala a se stessa. Leggendo questo documento con occhio più critico, emerge un approccio limitato e superato verso prodotto e cliente.

In primis, infatti, è evidente come una tabella possa esprimere, fondamentalmente, solo dati quantitativi, tralasciando una serie di altre informazioni, e di veri e propri valori legati al brand e al prodotto, non manifestabili attraverso una polverosa lista di numeri. La Coca-Cola è leader del suo settore di mercato perché la sua bibita ha più bollicine delle altre, forse?!? Ci sono aziende che, non riuscendo a separarsi dal loro cieco orientamento al prodotto, sono finite in grossi guai (vedi il caso Kodak).

La forza di un brand, così come il successo di un prodotto, non si basa tanto su fattori immanenti e materiali, quanto su un asset intangibile, composto da valori, senso ed identità

E, da qui, il secondo punto: il guardare oltre. Grazie al cielo, sono ormai andati i tempi in cui il “consumatore” era solo un piccolo ed indefinito tassello da incasellare nel segmento di mercato maggiormente idoneo alle sue (poche) caratteristiche. A quanto pare, la seconda tesi del Cluetrain Manifesto (“I mercati sono fatti di esseri umani, non di segmenti demografici“) è passata inosservata in casa Samsung. In un mercato così competitivo, è folle ritenere che la scelta d’acquisto dell’individuo si basi su una manciata di dettagli tecnici. Riuscireste a convincere una persona a comprare il Galaxy Note sulla base di un più evoluto meccanismo di “copia-incolla” dei contenuti (esatto, è tra i punti della tabella…)? Certo, il discorso non è unanimemente valido: può scricchiolare, a patto che la caratteristica del device riesca a generare un vero e proprio vantaggio competitivo (vedi il Retina display, nella fattispecie). Ma poche illusioni: anche in quel caso, una semplice superiorità del prodotto non basta. La scelta di consumo, infatti, si basa su fattori identitari e sociali, ancor prima che tecnologici ed economici.

Compito a casa per Samsung: ripassare la celeberrima format-war tra VHS, Betamax e Video2000, dove a trionfare fu lo standard qualitativamente, ed indiscutibilmente, inferiore. Sappiamo tutti com’è finita, no?

Annunci

Facebook come strumento di e-Recruitment. Come cambiano le regole del gioco-privacy

Come spesso accade, si sa, strumenti pensati per un’ottica consumer, per il “comune” utente, vengono successivamente adottati ed integrati nell’ambito business. Spesso, se le cose sono ben fatte, processi lavorativi e struttura organizzativa delle aziende escono da questo incontro profondamente mutati.

Se n’è parlato, proprio pochi giorni or sono (era il 15 febbraio 2012), durante l’incontro “LinkedIn che connessione?“, tenutosi all’università Sapienza di Roma (riguardo il quale ho redatto un post). In particolare, l’evento ha avuto come argomento cardine il ruolo dei social media nei processi di recruitment.

Riguardo ciò, si deve necessariamente constatare come l’utilizzo dei social network sites in azienda non sia incondizionato e, men che meno, indifferenziato. Ognuno di essi ha delle peculiarità proprio perché ogni utente li utilizza in modo differente. È il concetto di emersione: l’uso particolare che si fa di un tool 2.0 emerge, come già visto in altri post, esattamente attraverso l’utilizzo stesso che ne fanno gli utenti.

Certo, a volte le connotazioni sono francamente esplicitate: LinkedIn nasce come social network site dedicato al mondo professionale e, quindi, i suoi iscritti si presentano e si relazionano di conseguenza. Ma, con Facebook, come si mettono le cose? Cosa deve aspettarsi l’utente e, quindi, come deve comportarsi? Riducendo all’osso la questione: le aziende utilizzano Facebook e, se sì, con quali esiti?

A seguito di una ricerca, condotta da un team composto da esponenti di diverse università statunitensi (come riportato da Yahoo! Lifestyle), si evince come i recruiter, osservando per una decina di minuti la Timeline del profilo Facebook di un candidato, arrivino spesso a conclusioni simili a quelle di affermati test psicologici e modelli per la selezione del personale, come il Big Five questionnaire.

La Timeline di Facebook: non il nuovo curriculum vitae, ma un utile strumento per l'e-Rectuitment

Andando oltre le classiche prescrizioni – come il “comportarsi bene”, senza eccedere mai, essendo pur sempre in pubblico, anche se in un ambiente virtuale – questo esperimento testimonia come anche Facebook, inconsciamente considerato un tool 2.0 destinato al nostro volto “non lavorativo”, sia di fatto uno strumento prezioso in ambito business, quindi utilizzabile (ed utilizzato) anche dalle aziende.

C’è chi si lamenta, inneggiando ad un concetto di privacy che, di fatto, si è radicalmente trasformato (ed assottigliato): parafrasando, “le aziende non dovrebbero intromettersi nel nostro privato”. Può anche darsi, e concettualmente non fa una piega. Tuttavia, il mondo non risponde alle semplici regole morali e, di conseguenza, si deve fare i conti con la realtà. E, se si capiscono le regole del gioco, trarne vantaggio.

Bellina e simpatica, ma a doppio taglio, la Timeline esiste. Se si sceglie di essere su Facebook, bisogna accettarla e, attraverso il suo utilizzo, capire come ottimizzarla non solo in ottica relazionale (alludendo, con ciò, ad amici, familiari e conoscenti vari), ma anche professionale, cercando di conciliare le due cose. Ed, in effetti, non si dice nulla di nuovo: Facebook è come una festa alla quale sono presenti genitori, compagni di università, colleghi di lavoro e capi. Starci è una scelta, capire come comportarsi un’arte.

Andiamo oltre i risultati della ricerca, e leggiamo tra le righe: "impara come usare i social network", è il vero messaggio

A questo punto, un paio di curiosità: cosa fa guadagnare punti al candidato (nel surrogato del proprio profilo FB, s’intende)? Molti amici, indice di apertura ed espansività verso le persone che ci circondano (cosa che, chiaramente, anche clienti e colleghi sono), e foto di viaggio, sinonimo di apertura verso il mondo e verso nuove esperienze.

Che la ricerca sia affidabile o meno, poco importa. Il messaggio, chiaramente, non è “datevi all’upload selvaggio dei vostri album delle vacanze”. Più semplicemente (si fa per dire), non usate i social network sites, ma sappiateli usare. Il ché, evidentemente, non è la stessa cosa.

“LinkedIn che connessione?”. Puntare sui social media ed essere se stessi

 

 

 

 

Lavoro e social media. Inevitabilmente, i due mondi si intrecciano.

Blog e social network sites si sono resi protagonisti di un vero e proprio boom in ambito consumer che, giorno dopo giorno, sembra essere senza fine. È chiaro che, in questo scenario, molte aziende facciano propri questi tool 2.0, incorporando e sfruttando in ottica business (B2B o, ancor di più, B2C) strumenti originariamente pensati per il comune utente.

Ed è chiaro che, se parlare di tecnologia in azienda sembra quasi scontato (anche se il “farne buon uso” è un altro paio di maniche…)applicarla con cognizione di causa in un ambito delicato come quello del recruitment diventa argomento di grande interesse.

Homepage del sito web di Walk on Job

Mercoledì 15 febbraio 2012, Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, Università di Roma. Allo scopo di parlare del “livello 2.0” dell’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, viene organizzato l’evento “LinkedIn che connessione? L’aspetto social del lavoro”, con professori universitari ed esperti del settore, e con la partnership di SOUL Walk on Job.

Di fatto, si evince come le aziende siano ancora poco orientate all’utilizzo dei social media e, spesso, come questi vengano considerati semplicemente come strumenti di supporto, e non integrati nei processi aziendali.

La locandina dell'evento "LinkedIn che connessione? L'aspetto social del lavoro"

La differenza è sostanziale. Pensiamo alla pratica dell’e-Recruitment, e a come questa possa essere interpretata: i tool 2.0 possono semplicemente coadiuvare altri metodi più datati, come nel caso del controllo ex-post di profili corrispondenti ai curricula arrivati via e-mail; tuttavia, tali strumenti possono essere considerati non come aggiunta al processo, ma come il processo. Infatti, alcune aziende operano sui social network sites in ottica propositiva, e non solo “di rimbalzo”, cercando esse stesse profili interessanti, che ben potrebbero inserirsi nel proprio contesto organizzativo. Ex-ante, insomma.

A questo punto, la domanda è lecita: qual è il migliore tra i SNS, “lavorativamente” parlando?

La risposta è relativamente semplice e, non a caso, esplicitata nel nome stesso dell’evento: LinkedIn. Il vantaggio competitivo, rispetto agli altri social network sites, è chiaro, e dato per definizione: LinkedIn è il SNS per il mondo professionale per antonomasia.

Uno strumento che è, contemporaneamente, un curriculum dinamico e sempre aggiornato, una rete sociale, un mediatore tra domanda ed offerta di lavoro. Non tenerlo in grande considerazione sarebbe un terribile spreco, sia per le aziende che per i professionisti.

Chiaramente, un’occhiata a Facebook, che tra i SNS è il più diffuso, la si dà. Questo, chiaramente, ex-post, parlando del recruitment.

Per tutti gli altri social network sites, come TwitterGoogle+ in primis, ma senza scordare le reti meno “generaliste”, vige la regola che “tutto fa brodo”. Se qualcuno ambisse ad un posto nel mondo della fotografia digitale, per esempio, sarebbe assurdo non avere un account Flickr, non conoscere 500px, etc.

O, in ogni caso, saper usare questi strumenti costituirebbe un notevole valore aggiunto per il candidato.

Dunque: le aziende saranno pronte ad avvalersi della risorsa LinkedIn, un giro su Facebook lo faranno di certo e, magari, un occhio anche a Twitter e “simili” verrà dato.

Tuttavia, cosa ci si aspetta di trovare in ciascuno di questi social media? È giusto correre ai ripari, studiare nel minimo dettaglio ogni nostro profilo sui più disparati SNS, al fine di farsi trovare pronti, nel caso il recruiter dedicasse una decina di minuti al nostro “sé 2.0“? Sì e no. Diciamo che, senza particolari sorprese, ogni social network site rispecchia, per certi versi, un ambito della nostra vita. Per quanto non si possa più parlare dei “ruoli” in stile-Goffman, è anche vero che ciascuno di noi utilizzerà Facebook in maniera più informale rispetto a LinkedIn, o comunque in modo diverso, e così via. Il classico utilizzo emergente: è impossibile definire a priori le modalità d’uso di un tool 2.0, perché queste emergeranno con l’utilizzo stesso del medesimo, da parte dei suoi users.

Ciò non è molto diverso dall’1.0: ad un colloquio di lavoro, cercherò di dare di me un’immagine professionale, competente, affidabile; uscendo con gli amici, potrò lasciarmi andare, essere più informale e colloquiale, etc. Allo stesso modo, farò con i tool 2.0.

Mettere in buona luce se stessi, ma mai esagerare nel descrivere le proprie caratteristiche

Inoltre, altro punto di contatto tra le due sfere (o, meglio, tra i due aspetti di uno stesso mondo), per quanto si possa plasmare la propria immagine, per cercare di dare un’immagine di sé consona all’ambiente, materiale o virtuale che sia, la regola è sempre la stessa: cercare di restare sempre se stessi. Insomma, facciamo sì che il personal branding non diventi una sorta di droga, del genere Photoshop per le riviste di moda.

Quindi, seppur senza esagerare – ricordiamoci che, sui social media, siamo in pubblico – usiamo ogni strumento in maniera coerente. Professionali su LinkedIn, come ad un colloquio di lavoro; naturali su Facebook, come quando si esce con amici e conoscenti.

Last but not least, blog e vari progetti personali. Come sostenuto da Els Van de Water di Microsoft, questi costituiscono quel “qualcosa in più“, che fa sì che il nostro profilo ed il nostro curriculum si distinguano da quelli degli altri. È più che giusto, quindi, che vengano messi in evidenza.

Il tempo è denaro, e i recruiter ne hanno poco. Cerchiamo di essere concisi, quella della sintesi è una grande capacità

Ultima postilla, dedicata ad una nuova tendenza nel mondo del curriculum: il cosiddetto video-curriculum, viene realmente percepito come un’idea interessante e, quindi, maggiormente degna di considerazione, se paragonata al suo omologo in forma scritta? La lezione da imparare, qui, è semplice: come ripetuto più e più volte in beAPPtoDate, non è il “si può fare” dettato dalla tecnologia a far cambiare le cose, ma la realizzazione ed il successo di un’idea devono necessariamente passare per gli usi ed i tempi sociali. Il punto è questo: i recruiter, pur volendo, non hanno tempo da perdere: un curriculum si può leggere in maniera più o meno spedita, ma un video non si può vedere a velocità “2x“. All’avanguardia sì, ma con moderazione.

Dando un giudizio, in piena linea con molti dei principi di base dell’Enterprise 2.0, e con non poche analogie con i punti da me analizzati riguardo la classifica di Fortune dei cento migliori posti di lavoro al mondo (vai al post), l’incontro si è rivelato interessantissimo, mettendo a fuoco quei punti – essenzialmente pochi, ma ottimamente articolati – fondamentali da conoscere per chi nel mondo del lavoro è già presente, ma soprattutto per chi sta per affacciarcisi. Un’occasione da non perdere, nel caso si ripresentasse l’opportunità di partecipare anche in futuro.

Daniele Vincenzoni

N.B.: volendo, su Twitter, è possibile rintracciare vari contenuti e citazioni riguardo l’evento, ricercando l’hashtag #aspettosocialdellavoro.

Empowerment ed orizzontalità: la Top100 di Fortune sui migliori posti di lavoro al mondo

Come sempre di questi tempi, a partire dal 2006, la rivista statunitense Fortune pubblica la classifica dei cento migliori posti di lavoro al mondo. Senza particolari sorprese, nel 2012, al vertice si confermano le stesse aziende che hanno dominato la Top100 a partire dalla sua prima edizione, a posizioni alterne.

Il podio vede il produttore di software SAS sul gradino più basso; argento per Boston Consulting Group e, unica azienda a guidare la Top100 per ben tre volte, Google, che trionfò anche nel 2007 e nel 2008.

Ma cos’è che rende queste aziende così appetibili, dal punto di vista dei dipendenti?

Di questi tempi, a giocare un ruolo decisivo è la sicurezza del proprio posto di lavoro. Nella classifica, figurano addirittura aziende che nel proprio score non hanno nemmeno un licenziamento all’attivo (vedi Scottrade), recessione o meno.

Inoltre, la più banale delle risposte, ma sempre attuale, riguarda gli stipendi: retribuzioni elevate rendono le persone più felici, assieme a bonus economici e stock option. Tuttavia, è sempre valida la regoletta per la quale, per quanto i soldi aiutino molto a “fare la felicità”, questi non sono tutto.

Ed infatti, per quanto importante possa essere l’aspetto quantitativo, è il versante qualitativo a fare la differenza, a decidere chi nei primi cento c’è, e chi no.

Emblematica, la frase rilasciata da un “Googler” al sito CNN Money, la “casa digitale” del magazine economico Fortune:

“Employees are never more than 150 feet away from a well-stocked pantry”

Ovvero

“I dipendenti non sono mai a più di 150 piedi di distanza da una dispensa ben fornita”

Oltre ad essere indubbiamente simpatica, l’affermazione rende al meglio quanto detto finora: non è il semplice denaro a fare la differenza.

Una delle "famose" dispense ben fornite di Mountain View, sede di Google

Ed infatti, estremamente apprezzata risulta essere l’attenzione dell’azienda nei confronti della salute e della propria famiglia: molte aziende garantiscono l’assistenza sanitaria per tutti i membri del nucleo familiare (nota bene: negli States non è pubblica); addirittura, c’è chi offre supporto economico per procedure di adozione e fecondazione in vitro. Asili nido interni e spazi destinati ai propri animali domestici passano quasi in secondo piano, insomma.

Classici, come da sempre si vedono nei film (e solamente lì, purtroppo), centri e strutture sportive interne, che contribuiscono a rendere più appetibile il posto di lavoro.

La spettacolare Devon Energy Tower, sede dell'omonima società a partire da marzo 2012

Logistica interna, ed anche esterna, insomma (vedere la nuovissima Devon Energy Tower, per farsi un’idea).

Secondo quanto messo in evidenza da Yahoo! Finanza, inoltre, le possibilità di far carriera all’interno dell’azienda sono estremamente apprezzate dai dipendenti, assieme alle offerte di formazione professionale.

Tuttavia, alcuni punti particolarmente interessanti meritano un approfondimento.

Il dare ascolto ai dipendenti, per esempio, è ogni giorno più importante, tanto per l’utente aziendale stesso, quanto per l’azienda. Infatti, l’orizzontalità dell’organizzazione aziendale, o quantomeno una ridotta gerarchizzazione della medesima, nel contesto economico e sociale attuale, così dinamico, complesso ed imprevedibile, fanno la differenza tra chi domina il mercato, e chi punta alla semplice sopravvivenza. Senza alcuna garanzia di riuscita, peraltro (vedi il post sul fallimento di Kodak, per esempio). In due semplici parole, empowerment del dipendente e flessibilità aziendale. Addirittura, estremizzando il tutto, si trovano aziende totalmente votate alla task force: la W. L. Gore & Associates, produttrice del tessuto Gore-Tex, caratterizzata da

“[…] an egalitarian culture with few traditional job titles and no bosses, just small teams […]”

ovvero

“[…] una cultura egualitaria con pochi titoli lavorativi tradizionali e senza capi, solo piccoli gruppi di lavoro […]”

Spingendosi oltre, si arriva a parlare di “unstructured time“, ovvero diverse ore settimanali di tempo di lavoro non strutturato, chiaramente retribuito. Vale a dire, permettere ai lavoratori di dedicarsi a progetti personali che, chiaramente, possono generare valore economico per l’azienda.

Campo da basket interno alla Quicken Loans

Caratteristica, questa, emblematica del cambiamento nella percezione che le aziende hanno dei propri dipendenti: da semplice forza lavoro, di concezione taylor-fordista, questi sono diventati risorse umane e, infine, veri e propri knowledge worker, cioè portatori di capitale intellettuale, chiaramente monetizzabile per l’azienda. Non più considerati per la loro fisicità, ma per le loro conoscenze, e trattati come veri e propri clienti interni (non a caso, si parla sempre più spesso di marketing interno).

Insomma: la Top100 di Fortune non deve essere considerata come un mero elenco aziendale, una serie di organizzazioni un po’ strambe e, guarda caso, vincenti. Il bravo manager sa benissimo che, questa, è una straordinaria lista di cento best practice, cento success stories da cui prendere spunto per migliorare la propria azienda, rendendola più dinamica e flessibile. E, chiaramente, appetibile per l’utente aziendale.

Daniele Vincenzoni

p.s.: impossibile non riportare il link alla lista completa delle 100 best companies to work for 2012, di cui al sito CNN Money.

iBooks di Apple: editor gratuito, libri multimediali e multitouch. Il settore e-Book al decollo?

Da tempo immemore, ormai, si ascoltano leggende del genere “tra pochi anni, i ragazzi non studieranno più sui libri cartacei, ma sui computer”. Anni scolastici, ed accademici, continuano a passare, e finora poco si è mosso.

Molti parlano, ignorando come il “si può fare”, dettato dalla tecnologia, raramente porti ad un più concreto “facciamolo”, elemento decisamente multidimensionale. Infatti, nella fattispecie, basta anche un semplicissimo salvataggio in formato .pdf per realizzare un e-book, ma da lì a paragonare la sua usabilità e la sua comodità a quella di un comune libro ce ne passa. E, come sempre, la risposta non è solo insita nello stato tecnologico delle cose: certo, senza un tablet sarà scomodo portare dietro gli e-book, ed ancor più tedioso studiarli (per fare un paragone, si pensi al dover leggere centinaia di pagine dallo schermo di un computer, desktop o laptop che sia), ma francamente parlando, se la spinta all’adozione di un nuovo formato non viene dalla società, dagli utenti attuali e potenziali, lo stato dell’arte dell’high-tech resta a guardare.

In tanti anni di favole, il generico “studiare sui computer” si è materializzato nella forma dell’e-book, ma niente di più, o quasi.
Ora: è vero che formati in stile .pdf sono in grado di replicare con esattezza ogni singola pagina di un libro. Ciò che si evince da quanto visto finora in questo mercato – e qui si va più sul sociale che sul tecnologico – è la completa ignoranza riguardo il concetto di rimediazione, per il quale due o più mezzi di comunicazione, una volta venuti in contatto e mescolatisi, restituiscono un qualcosa di totalmente nuovo, nella forma e negli usi sociali. Si rimediano, appunto. Come dire che la somma non è il totale, uscendo fuori dagli schemi di un mero processo sintagmatico.

Ciò che non si capisce, quindi, è semplice: perché un e-book dovrebbe limitarsi a “scimmiottare” un libro? Perché non proporsi come una forma realmente evoluta, e non solamente digitalizzata?

Una "pagina" dell'eccezionale "Life on Earth", gratis sul book-store di Apple

Proprio in questi giorni, Apple lancia iBooks 2, con l’ambizione di rivoluzionarre il mercato dei libri in formato elettronico, al momento tutt’altro che sfruttato al pieno delle sue potenzialità. Economicamente, socialmente e tecnologicamente parlando, è chiaro.


Non parliamo semplicemente di un’app, ma di un modo totalmente nuovo di concepire e fruire gli e-books. Dove prima si avevano solo parole e, al più, qualche immagine, ora troviamo anche figure tridimensionali e manipolabili, animazioni, filmati, esercitazioni di vario tipo (ottime per i testi scolastici, in particolare) e molte altre possibilità, la gran parte delle quali elaborata per sfruttare le potenzialità multi-touch dell’iPad.
Estendiamo il discorso, andando oltre il “semplice” campo della fruizione. La Mela, infatti, mette a disposizione dell’utente, a titolo gratuito, un programma per l’editing dei libri, con download diretto sull’Apple App Store, chiamato iBooks Author.
Personalmente, ritengo quest’ultimo un passaggio fondamentale. L’UGC, lo User Generated Content, elemento chiave del Web 2.0, sbarca nel mondo dell’editoria. Chiunque, gratuitamente e senza particolari competenze (quantomeno per ciò che concerne l’aspetto strutturale, più che quello contenutistico), può creare un suo libro, e pubblicarlo sullo store di Apple, dove altri utenti potranno scaricarlo, anche a pagamento. Esagerando un po’, si può dire che questo nuovo strumento potrà essere, in parte, ciò che il blog è stato per colui che aspirava ad avere un proprio sito Web. Un CMS, un Content Management System, adatto a chiunque volesse scrivere e pubblicare un proprio libro, e a modo suo, soprattutto. Il tutto, senza particolari competenze tecniche.

L'editor iBooks Author di Apple, un vero e proprio CMS per la composizione di e-books. Gratuito, sull'App Store

Andando oltre l’aspetto microsociale, e spostandoci su un piano più economico, possiamo notare come siano in molti ad aver fiutato l’affare. Grandi editori statunitensi particolarmente vicini al mondo dell’istruzione e della formazione, come Pearson, McGraw-Hill e Houghton Mifflin Harcourt, hanno già iniziato a proporre questi libri multi-touch che, considerando la rapidissima espansione della domanda primaria di tablet in tutto il mondo, potranno rivelarsi un buon affare. Al momento, senza cedere troppo all’entusiasmo, sono di sicuro una buona scommessa.

Appunti per blogger ed editori: tenere sott’occhio l’argomento.
Per chiunque avesse sempre sognato di pubblicare un libro proprio, ma mai avuto questa possibilità: vuoi scrivere? Scrivi!

Daniele Vincenzoni

Il fallimento della Kodak e la convergenza digitale e dei mercati

Notizia di ieri, 19 gennaio 2012: Kodak, il gigante della fotografia, fallisce.

Il gigante della fotografia tradizionale, sottolineerei.

La Eastman Kodak Company nasce nel 1888 per iniziativa di George Eastman. Da allora, e per più di un secolo, ha tracciato la strada per una fotografia più semplice ed economica: per tutti, insomma.

Una vecchissima pubblicità Kodak

Con l’avvento del nuovo millennio, tuttavia, e col processo della digitalizzazione, cambiano le regole del gioco: aziende che, fino a pochi anni prima, non avevano nulla a che spartire, di punto in bianco si sono ritrovate ad essere competitor, a dividersi fette di uno stesso mercato. Attori come HP, provenienti dal mondo dell’informatica, hanno intaccato la leadership della Kodak nel settore della fotografia. Da parte sua, la casa statunitense non ha fatto nulla per non farsi prendere in contropiede: quando era già evidente che il futuro della fotografia sarebbe stato nel mondo dei bit, Kodak non ha cambiato rotta, proseguendo sulla strada della tradizione.

Non si fanno dibattiti riguardo la qualità dell’immagine digitale, o sulla sua presunta “freddezza”. Le chiacchiere stanno a zero: una fotocamera digitale è più semplice da utilizzare per la maggioranza degli utenti, è più immediata, è più economica.

Una pubblicità di Nikon, per un nuovo modello di fotocamera digitale

C’è chi questo l’ha capito, e chi no. In quella che ormai definiamo complessità, la situazione attuale in cui tutti ci troviamo – dinamica ai limiti del frenetico, sia essa a livello economico, informatico, etc. – mantenere le proprie posizioni e la propria linea oltre ogni evidenza non è coerenza, ma pura follia. È così che, mentre HP si gettava in un mondo nuovo, quello degli hardware e dei software fotografici, per coprire rapidamente tutti gli anelli della catena del valore (o value chain, che dir si voglia…) nel mondo degli scatti digitali, Kodak portava avanti una tradizione che, seppur eccelsa, era ormai prossima al desueto. C’è chi ha iniziato a produrre fotocamere digitali partendo da zero, come HP, Sony e Panasonic; c’è chi è riuscito a sfruttare, grazie alla propria esperienza nel settore, un vantaggio competitivo basato sull’ottica, vero anello di congiunzione tra l’universo fotografico analogico e quello digitale, come Nikon, Leica e Canon; c’è chi si è adagiato e riposato sui propri allori, bruciando miliardi di dollari come se nulla fosse, prima di capire – tardi – che forse era ora di cambiare: Kodak.

Il 19 gennaio 2012, Kodak consegna i suoi libri contabili al tribunale: 5,1 miliardi di dollari di attività, a fronte di 6,8 miliardi di passività. Per quanti non fossero pratici di economia, ciò significa che l’intero ammontare dei possedimenti dell’azienda, siano essi beni o mezzi economici, supera di poco i 5 miliardi di dollari; i debiti, le obbligazioni contratte dalla multinazionale verso i suoi creditori, sfiorano i 7 miliardi, per un deficit patrimoniale da capogiro. Da ciò, la necessità di richiedere il cosiddetto Chapter 11, cioè l’amministrazione controllata, di cui al capitolo 11 della legge fallimentare USA.

Incassato un finanziamento di 950 milioni di dollari da Citigroup, la storica azienda continuerà ad operare, confidando in un quanto più rapido e proficuo cambiamento di rotta.

Il digitale: un universo sul quale Kodak ha puntato con colpevole ritardo

Tra i commenti a riguardo, trovo particolarmente interessante, ma totalmente “cieco”, quello del famoso fotografo Oliviero Toscani (del quale si trova un estratto sul sito di AdnKronos): “[La Kodak] è stata uccisa dal marketing“. Tale affermazione, suscita in me il fastidio più totale. Infatti, è proprio grazie agli strumenti del marketing che aziende come HP hanno costruito la loro fortuna, traendo immensi profitti dal processo della convergenza digitale e dei mercati.

Sono d’accordo con Toscani, per certi versi. La Kodak è stata uccisa dal marketing, sì. O, meglio, dalla sua miopia nei confronti del marketing. “Fare marketing“, oggi, significa essere orientati non solo al prodotto, ma ad una moltitudine di fattori. Fattori interni, come i propri dipendenti, le proprie risorse, la propria cultura aziendale; ma anche fattori esterni, come i propri competitor (che, guarda un po’, a volte vengono da molto lontano, da altri settori, ammesso che il termine “settore” oggi abbia ancora senso), i dati di mercato, lo stato tecnologico del contesto in cui si opera, e così via.

In sintesi: oggi non basta più fare le cose per bene in fase produttiva. Il prodotto qualitativamente migliore può perdere (la celeberrima standard war tra VHS, Betamax e Video2000 insegna), se fuori contesto.

Creare un buon prodotto, inserirlo nel mercato nel momento giusto, al prezzo giusto, e con un ottimo supporto mediatico. Lavorare bene tanto sul versante strategico, quanto su quello operativo. È questo che garantisce, o quasi, la buona riuscita di un prodotto. Fossilizzarsi sulle glorie passate, o ragionare ancora sulla pura logica di prodotto, è il primo passo verso il fallimento.

Kodak insegna: è finita l’era degli specchi.

Daniele Vincenzoni