As Sun As Possible. New Beetle docet (parte 1)

Miei pochi e cari lettori, mi scuso con voi: tra esami, lezioni, tesi, varie ed eventuali, è da un bel po’ che non scrivo su beAPPtoDate. Vediamo un po’ se ricordo ancora come si fa…!

Tra un capitolo del libro e l’altro, oggi, ho pensato di fare un break. Accendo la Apple TV e mi connetto a YouTube per vedere che c’è di nuovo.
Tra i brand che seguo, su questa piattaforma di video sharing, ammetto di avere un debole per Volkswagen: tanti filmati, profilo aggiornato spesso con nuove aggiunte, stili comunicativi vari e sempre originali.

Tra le varie playlist, mi imbatto in “Maggiolino Cabriolet: As Sun As Possible”.
Tre video, con lo stesso messaggio di base: fondamentalmente, “ti sei rotto dell’inverno? Passa all’estate”. Dove, neanche a dirlo, la bella stagione è rappresentata dal New Beetle Cabrio.

A partire da qui, passo sul mio Mac e riprendo il secondo dei video in playlist. Rispetto agli altri, è presente un elemento in più: si palesa la sponsorship con Volcom Pipe Pro, conosciutissimo contest nel mondo del surf, che si sta tenendo proprio in questi giorni in una location che – guarda un po’ – più estiva non si può: Oahu, Hawaii. D’altro canto, come Volkswagen non manca di ricordare in questi video, “As sun as possible. Summer starts here”. L’estate parte dal Maggiolino Cabrio.

Decido, a questo punto, che voglio saperne di più.

A quanto pare, questi video fanno parte di un più ampio progetto di comunicazione integrata, particolarmente orientato al below the line.*
Ho un buon numero di spunti su cui scrivere.
Fondamentalmente, i versanti sui quali si incanalano sono due:

comunicazione: il bouquet mediale che compone il media mix è piuttosto corposo;

marketing: per il momento, limitiamoci a dire che associare con successo il trinomio viaggio-relax-spensieratezza ad un brand (e, ancor di più, ad un sub-brand) tedesco non è cosa da tutti i giorni.

Onde evitare di scrivere un post di eccessiva lunghezza, in questo articolo tratterò il primo dei due filoni, per tornare sul fronte marketing nel corso di questa settimana (leggi il post).

Effettivamente, la rete intessuta da Volkswagen funziona: in pochi minuti, vengo piacevolmente risucchiato dal suo vortice mediatico. Dal video su YouTube, seguo il link che mi porta al sito appositamente creato, dove l’iniziativa legata alla campagna è finalmente chiara (e spiegata nel seguente video): scatta ed invia una foto che simboleggi il concetto attorno al quale ruota la campagna. As sun as possible, ed engagement in grande stile, no?!
Per i sei fortunati vincitori, la possibilità di iniziare l’estate con larghissimo anticipo, a bordo di tre New Beetle Cabrio, sulle strade hawaiane.

Come in diverse iniziative di questo tipo, gli “eletti” sono un importante fulcro comunicativo: non oggetti della comunicazione del brand, ma veri e propri soggetti.
L’orchestrazione dei flussi comunicativi (che è, poi, la parola chiave, quando si parla di comunicazione integrata) prende corpo sul blog ufficiale, che consiglio di osservare con attenzione: semplice, pulito, funzionale, social. E bellissimo, il che non guasta.
Oltre a questo, i sei protagonisti – i cosiddetti “sun seeker” – di questa avventura comunicano attraverso i loro profili social personali (Facebook, Twitter ed Instagram i più gettonati).
Non da poco, poi, il sostegno dato all’iniziativa dalle pagine Volkswagen (ovvio) sui principali social network site, importantissime casse di risonanza per “As Sun As Possible”.

Questa campagna, proprio in questi giorni, sta costruendo un interessantissimo storytelling, che prende vita giorno dopo giorno sulle pagine digitali del blog, restituendo alla campagna stessa quella estemporaneità e quella dimensione on the road che rende il tutto più attraente.

Volkswagen, peraltro, ha colto l’occasione per rinnovare il sito di New Beetle che, più che un semplice prodotto, è a tutti gli effetti un sub-brand, come vedremo nel post successivo.

Inoltre, è interessante menzionare la sponsorship con un evento sportivo.
Andando oltre il mero aspetto giuridico (“la sponsorizzazione è un contratto asimmetrico etc. etc.”), quello della sponsorship è uno strumento estremamente efficace per riposizionare strategicamente – o, come in questo caso, rafforzare il posizionamento – di un brand. Effettivamente, per una marca che trova nella spensieratezza, nella solarità e nella giovinezza (a dispetto dell’età anagrafica) i suoi valori elettivi, il legame con un evento surfistico è perfetto, a mio parere.

Ad ogni modo, evitando di fare un’invasione di campo e finire sul discorso-brand identity, rimando al secondo post, che pubblicherò tra qualche giorno.

Daniele Vincenzoni

p.s.: comunque sì, anche a me manca l’estate! 😉

* aggiornamento del 19 marzo 2013: ieri, sulle reti televisive italiane, è stato lanciato il nuovo spot, a completare la campagna di comunicazione integrata. Incorporo il video in un nuovo mini-articolo!

Messi, Dolce&Gabbana e lo smoking a pois. Riflessioni sulle priorità di un luxury brand

Zurigo, 7 gennaio 2013: cerimonia per il conferimento del Pallone d’Oro, uno tra gli eventi più glamour del mondo dello sport. Leo Messi, fenomeno del calcio, ritira sul palco il prestigioso premio vestito con un vistoso smoking, dalla giacca nera a pois bianchi.

Per quanto mi interessino sia il calcio che il mondo della moda, beAPPtoDate non tratta né l’uno, né l’altro tema. Tuttavia, attraverso l’osservazione quotidiana, è sempre possibile trarre degli spunti interessanti. E buttar giù qualche rapida considerazione, quindi.

L’inizio della cerimonia è alle 19:00 circa. Incuriosito dai “pallini” di Messi, prendo il fedele iPad durante la diretta dell’evento su Sky, cercando sul web l’autore di cotanta stravaganza. Un’ipotesi già l’avevo, ma in Rete niente, nessuna informazione a riguardo. E così via, fino a metà serata, quando sulla fan page ufficiale Facebook di Dolce & Gabbana compare un post che, mostrando il trittico Messi-smoking-Pallone d’Oro, rivela la paternità dell’abito. Simpatico, audace, ma non indicato per una serata simile, quantomeno a mio parere.

Tuttavia, quello che considero un infortunio stilistico, si è rivelato un passo geniale sul piano del marketing e della comunicazione.
Con questa mossa, il brand Dolce & Gabbana ha fatto parlare di sé a livello mondiale. Gratis.
È quella che, a livello accademico, viene spesso definita “publicity“: guadagnarsi spazio sui media senza dare un euro a network ed editori. Ogni volta che Apple lancia un nuovo prodotto, i mezzi di comunicazione – generalisti e settoriali che siano – in ogni angolo del mondo, dedicano all’evento ampio spazio. Per smuovere tutto ciò, all’azienda di Cupertino, occorre un semplice comunicato stampa.
In maniera per certi versi simile, il brand Dolce & Gabbana ha approfittato dello spot internazionale offerto dall’evento per proporre un prodotto “di rottura”, diverso da qualunque altro – e da chiunque altro, sottolineo – visto in precedenza.
Risultato? Nei giorni seguenti, assieme alla notizia in sé – la quarta vittoria consecutiva del Pallone d’Oro da parte del campione argentino – nessuno ha risparmiato una battutina riguardo lo smoking a pois. Per non parlare del chiacchiericcio generato attraverso le piattaforme di social networking: a migliaia tra post, commenti e condivisioni.
Spesso negativi, peraltro.

Fin qui, fermandoci alla comunicazione, il punto sembra essere il seguente: l’importante non è che si parli bene o male di una cosa, l’importante è che se ne parli.
Seppur non del tutto sbagliata – quantomeno nella fattispecie – una conclusione simile sarebbe decisamente superficiale. Ed è qui che ci si sposta dal fronte puramente comunicativo a quello del marketing.

Procediamo per gradi e, per prima cosa, diamo uno sguardo al mercato. Quello del prêt-à-porter e del vestiario di fascia alta, in particolare a livello maschile, è un luxury market dove differenziarsi è estremamente difficile. Sul fronte femminile, un abito Armani sarà immediatamente distinguibile rispetto ad uno di Moschino; cambiando genere, la proposizione non è altrettanto valida: differenziare un proprio abito maschile da quello dei competitor è complicato.
Dunque, è qui che entra in gioco il fattore-polarizzazione. Stante l’impossibilità di accontentare tutti – checché se ne dica, infatti, il “consumatore standard” non esiste, soprattutto in questi mercati – spesso è bene spaccare l’opinione della gente, proponendo un qualcosa che, come si suol dire, “o si ama, o si odia”. Qualcosa che, in ogni caso, si distingue.

D’altro canto, nessuno ha parlato del favoloso smoking blu con reverse di seta nera indossato da Falcao, o dell’impeccabile look total-black di Andrés Iniesta. Capi eccezionali, stilisticamente e qualitativamente parlando, ma convenzionali.

Andando più in profondità, ora, tutto questo non è un semplice discorso di brand awareness, di notorietà e consapevolezza della marca. Operazioni di questo tipo sono cruciali, ancor di più, sul piano di brand identity e brand meaning.
Cos’è la marca Dolce & Gabbana? Quali sono le sue peculiarità ed i suoi tratti distintivi? Cosa dà, e cosa vuole offrire, al proprio cliente?

La marca, specialmente se si parla di un luxury brand, tra le varie funzioni che esercita, ha il preciso compito di garantire differenziazione ed unicità, restando sempre fedele e coerente rispetto a se stessa. Michel Chevalier e Gèrald Mazzalovo (autori del volume “Luxury brand management”, tra le altre cose), definiscono Dolce & Gabbana come un brand “barocco”: una marca che sfida le convenzioni, sempre in bilico sulla sottilissima linea che separa l’audacia dall’eccesso e dal cattivo gusto. Una marca che, nel bene e nel male, permette sempre al suo cliente di rappresentare e manifestare la propria eccentricità. L’ormai celebre smoking conferma, ed è funzionale al tutto.
Awareness ma, soprattutto, identity.

In sostanza, sul piano del gusto personale, non avrei mai messo un “coso” – passatemi il termine – del genere. Ma, sul piano del marketing (publicity, brand awareness, identità di marca), il management di Dolce & Gabbana si è guadagnato tutta la mia approvazione.

 

Daniele Vincenzoni

Skyfall. James Bond tra product placement e disseminazione sociale della marca

Nuovo capitolo dell’agente segreto più famoso di tutti i tempi, nuova occasione di osservare le dinamiche di marketing e di brand management che si sviluppano attorno ad un evento – e ad un brand, a tutti gli effetti – di questo tipo.

Grandi brand hanno fatto la storia legando il proprio nome a quello di James Bond (su tutti, cito Aston Martin). Mai come in questo caso, però, attorno a 007 si sono accalcate marche su marche, di ogni tipo, in maniera più o meno evidente.

Ve ne riporto alcune, qui di seguito…

1• Heineken: 45 milioni di dollari sono usciti dalle casse dell’azienda olandese per piazzare la bottiglietta verde in mano a Daniel Craig. Cifra folle, per un paio di rapide apparizioni in “Skyfall”? Non a mio avviso. Ricordiamoci sempre che, quando parliamo di product placement, ci riferiamo ad una pubblicità “eterna”: chiunque veda questo episodio di 007 nel mondo, sia esso al cinema, in TV, in streaming o in DVD, si troverà di fronte questo brand. Non parliamo di bruscolini, ma pochi sono i film che possono garantire – o quasi – un tale successo ex ante (che, guarda un po’, è il cruccio principale delle operazioni di product placement), e gli episodi della saga di James Bond sono tra questi.
Molto carino, peraltro, lo spot Heineken, che vi allego di seguito.

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2• Omega: non una novità.

Uno tra gli sponsor più “ingombranti” è proprio Omega, il celebre brand orologiaio svizzero. Magnifico il nuovo Seamaster Planet Ocean 600M SKYFALL, in edizione limitata (prodotto in soli 5.007 esemplari), al polso di Bond.

Tuttavia, non ho mai apprezzato l’eccessivo risalto dato da dialoghi ed inquadrature. Tutti noi ricordiamo, in “Casino Royale”, un evidentissimo script placement nel dialogo tra Eva Green e Daniel Craig (“Rolex?”, “Omega.”). Bene, in “Skyfall” assistiamo ad un primissimo piano sull’orologio, che stona un po’ in un film di un certo livello, a mio parere. Nulla di clamoroso, comunque.
E, ad ogni modo, i soldi sono soldi, quindi…

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3• Sony: qui, davvero poco da dire. Insomma: è Sony Picture a produrre il film, quindi…
Ad ogni modo, però, valori di Sony quali stile ed eccellenza ben si accostano alla figura di Bond, ed è soprattutto per questo che il co-branding è azzeccatissimo.

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4• Coca-Cola Zero: qui, il discorso verte più sulla disseminazione sociale del brand “007”, che sul product placement. Una volta uscito dal contesto-cinema, la forza di questa marca si moltiplica e, appunto, si dissemina in un gran numero di prodotti. Molto interessanti le iniziative realizzate da Coca-Cola, che sposa la sua versione “Zero” con il nome di Bond. Anche qui, stesso discorso di Sony: i valori che Coca-Cola Zero ha già manifestato in ogni comunicazione pubblicitaria – e, più in generale, in ogni significante della marca, dal packaging in poi – si ritrovano nella core identity dell’agente segreto: energico, maschile, sofisticato.
Eccovi uno degli spot realizzati ad hoc, molto simpatico, ed un’iniziativa di marketing non-convenzionale, ripresa dal sito BusinessInsider:

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5• Aston Martin: ordinaria amministrazione, verrebbe da dire.
In chiave heritage, tuttavia, da segnalare il ritorno della mitica Aston Martin DB5.

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6• Procter & Gamble Prestige: è qui che troviamo uno dei massimi esempi della disseminazione sociale del brand, alla quale ho fatto precedentemente (e un po’ impropriamente, a dire il vero) riferimento. In particolare, P&G ha concluso l’operazione di brand licensing per realizzare la fragranza “James Bond 007”, distribuito in Italia dalla catena Profumerie Douglas.
Da appassionato – o, meglio, da “malato” – di profumi maschili, mi duole ammettere di non averlo ancora provato. Tuttavia, nel packaging e – sento dire – nella fragranza, lo stile elegante, sobrio e fortemente maschile di 007 è stato rispettato ed esaltato.
Per informazioni più specifiche sul prodotto, vi rimando a questo permalink.

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7• Tom Ford: caso inverso, questo, rispetto ai precedenti: screen placement puro, dove il brand non viene mai citato e, a dirla tutta, il suo logo mai mostrato.
Dopo “Quantum of Solace”, lo stilista statunitense torna a vestire Daniel Craig con abiti di un’eleganza sobria e minimal che pochi possono vantare.
Niente manifesti, però. Come dire: “Ti piace come veste Bond? Chiedi a Google, e in pochi secondi saprai chi c’è dietro”.

Molti altri sono i possibili esempi: sicuramente meno evidenti, ma ugualmente significativi.
Morale della favola? Sia sul suo territorio – col product placement – sia “fuori casa” – con la disseminazione sociale ed il brand licensing – un brand cinematografico di valore può rivelarsi una vera e propria miniera d’oro.
Ma, come sempre, occhio a non esagerare: pena, il depauperamento dell’equity della marca e, in sostanza, della sua forza.

Daniele Vincenzoni

Google+, tra finto cloud e mimetismo dei linguaggi. Comunicazione tradizionale: you’re doing it wrong

Proprio in questi giorni, capita di vedere in TV i nuovi spot di Google+. La cosa sa un po’ di nuovo: si sa, Big G non è solito frequentare il piccolo schermo.
Tuttavia, nulla di così strano: se il tuo social network site fatica a decollare, e se le tue finanze ti permettono di acquistare spazi televisivi, il nesso che si viene a creare tra le due constatazioni ci mette poco a farsi più stretto.
Ed in effetti, a mio parere, questa è una buona mossa per Google. Infatti, nonostante media digitali e Web 2.0, ad oggi nessun medium genera una awareness, una notorietà pari a quella restituita dalla TV.

Però, si sa, c’è modo e modo di fare le cose: buone le intenzioni, pessima (o, quantomeno, discutibile) la realizzazione. In particolare, due sono i punti su cui scelgo di battere.

Per prima cosa, i linguaggi utilizzati. Battere all’infinito sul modo in cui la tecnologia può semplificarci la vita è cosa trita e ritrita. Ad ogni modo, se è questo il messaggio che si sceglie di passare, occorre trovare un modo originale ed efficace per raccontarlo. Chi è già da un bel po’ che comunica via TV, guarda un po’, è Apple. La stessa Mela che, ad oggi, è il “nemico” numero uno di Google.
Scimmiottare il suo modo di fare pubblicità può, senza dubbio, rivelarsi un vero e proprio boomerang. Sul breve periodo, non riesce a dare un ché di distintivo al servizio che si promuove; alla lunga, cosa ben peggiore, finisce col configurare Google come un follower, un competitor sempre un gradino sotto rispetto ad Apple. Tutto ciò, inutile dirlo, a lungo termine indebolisce il brand.
Inoltre, considerazione ben più spicciola, bisogna capire e conoscere un mezzo di comunicazione, prima di utilizzarlo. Lo spot, che vuole essere emozionale, è davvero soporifero: un monologo terribilmente prolisso per spiegare che le tue foto, stipate nella memoria dello smartphone che hai smarrito, non sono perse per sempre, ma le ritrovi su un album ospitato sul tuo profilo G+. Per fare un paragone – non a caso ancora con Cupertino – Apple è riuscita a spiegare il cloud computing in uno spot semplice, dinamico, piacevole da guardare (cosa tutt’altro che scontata, visto che l’attenzione del telespettatore è merce davvero rara).

Ora, visto che ho citato l’argomento, parliamo di questo “simil-cloud” offerto dal social di Mountain View. Infatti, un vero e proprio servizio cloud fa sì che i tuoi dati ed i tuoi contenuti, con annesse relative aggiunte e modifiche, siano aggiornati e reperibili su ognuno dei dispositivi sincronizzati: proprio come nello spot Apple di cui sopra, modifico un documento su uno dei miei device, e ritrovo il tutto su ogni altro componente del mio bouquet tecnologico. Allo stesso modo – e in maniera ben più calzante, nella fattispecie – scatto una foto col mio iPad, e questa finisce in automatico nella libreria iPhoto del MacBook Pro, e via dicendo.
Diverso è quello che, ad occhio e croce, sembra esser spacciato come cloud computing, ma non è nulla di più che un comune servizio di hosting: scatto una foto, e questa finisce automaticamente all’interno di un mio album privato su Google+. Niente di così “smart”, a dire il vero. Soprattutto – con un po’ più di malizia – una domanda: siamo davvero sicuri di voler dare a Google, in via istantanea, ogni singola foto scattata dal nostro cellulare? L’album è privato, il ché è meglio di niente, però io non sarei del tutto certo di voler girare a Big G tutte le immagini catturate con il mio smartphone.

Google+, social network site validissimo ma ancora in cerca di una vera identità, di una serie di caratteristiche davvero distintive, prova a farsi largo utilizzando i media tradizionali: best wishes ma, a mio parere, you’re doing it wrong.

Daniele Vincenzoni

p.s.: a quanti si chiedessero cosa ci azzecchi il trinomio Google – social networking – Apple, ricordo che ogni comunicazione fatta dal brand, a prescindere dal prodotto/servizio pubblicizzato, racconta per prima cosa il brand stesso. Quindi, come tale, è suscettibile di un confronto diretto con quelli che, per l’appunto, sono i competitor della marca in questione. Paragone azzardato? 😉

Né radio, né Twitter. #twitandshout, l’evento alla Sapienza

 

#twitandshout: esperimento di ibridazione tra Twitter e la radio, in onda su RaiRadio2 in puntate settimanali della durata di un quarto d’ora – da ascoltare per intero o in pillole di due-tre minuti, sparse negli interstizi del palinsesto radiofonico – nelle quali alcune twitstar leggono a ritmo incalzante i propri tweet, riguardanti uno degli argomenti del giorno. Il tutto, ben orchestrato da Alex Braga.

Vengo a conoscenza di questo programma leggendo un articolo del prof. Marco Stancati sul portale TechEconomy. Un articolo critico – si intenda l’aggettivo con accezione positiva – nel quale di fatto il programma non viene bocciato, ma semplicemente rimandato. In effetti, diverse sono le criticità, ma il tentativo è innovativo e promettente. D’altro canto, Rome wasn’t built in a day, no?

Dal “via” alla trasmissione, il 21 aprile 2012, sino all’evento organizzato nel Centro Congressi dell’università Sapienza di Roma, passano pochi giorni. Per gli studenti “sapientini”, la causa di quest’ultimo è ormai nota: Braga legge l’articolo di Stancati, e lo contatta per chiedere un confronto. E confronto è stato, il 7 maggio.

Difficile trovare un punto d’inizio: l’incontro è intenso, e pieno di ottimi spunti di riflessione. C’è molto di cui parlare. Facciamo ordine, e partiamo dalle critiche maggiormente condivise.

Personalmente, ritengo che accostare Twitter e radio sia complesso, tanto a livello strutturale, quanto sul versante contenutistico. Da una parte abbiamo il tweet: se ben realizzato, non è semplice riduzione di complessità ma, al contrario, un concentrato di pensieri ed informazioni. Se un argomento è un albero, il tweet che ne parla non è un ramo, ma un bonsai. Complesso, talvolta da rileggere e da interpretare: è vero che 140 caratteri richiedono cinque secondi per essere letti, ma ne pretendono almeno il doppio per essere assimilati.
Dall’altra parte, c’è la radio, con il suo pubblico. Siamo frenetici, in continuo movimento: un po’ per necessità, un po’ per scelta, sposiamo l’easy listening, l’ascolto rilassato e distratto. Accendiamo la radio, ma intanto ci dedichiamo ad altre mille attività – dalla guida alla palestra, e così via – che incidono fortemente sull’attenzione che dedichiamo ad una trasmissione.
Mettiamo insieme le due cose: contenuti rapidi e complessi, quasi senza pause, e ascolto distratto. Quasi un ossimoro.

Inoltre, è facile individuare altre criticità. Per radio, spariscono maiuscole e minuscole, la punteggiatura perde di efficacia, i punti focali dati dagli hashtag inseriti nel tweet si elidono, per non parlare degli smile. Mettiamo da parte gli indizi simbolici concessici da Twitter. Probabilmente, un bravo speaker riuscirebbe a limitare i danni. E qui casca l’asino: sono le stesse twitstar a leggere le proprie creazioni. Ora: scrivere, è una cosa; parlare, è un altro paio di maniche. Un ritmo incalzante – con sequenze di una decina di tweet letti senza pause – stride se accostato a letture spesso troppo piatte e poco espressive.

Le risposte di Braga – devo dire, nella maggior parte dei casi convincenti – danno vita ad una serie di spunti. Una serie lunga, forse troppo per un solo post, ad essere onesti. Buttiamo giù qualche riflessione, cercando di organizzare il tutto attraverso uno story-telling scorrevole e ordinato…

Per prima cosa, perifrasando Alex Braga, occorre partire dal presupposto che #twitandshout è un programma che chiede di essere ascoltato, e non semplicemente sentito. Proprio per questo, dura 15 minuti, non due ore.
Riflessione: sarà banale, ma in effetti quanti riescono a fare una, ed una sola cosa, in un dato momento? Ormai, se mentre ascolto un programma in radio non porto avanti almeno un’altra attività, mi sento quasi in colpa, come se stessi perdendo tempo. Uno a zero per Alex.

Secondo poi, alle critiche sulla difficile convivenza tra Twitter e la radio, viene contrapposto un modello di integrazione tra i due basato su contenuti della piattaforma di microblogging e struttura del medium radiofonico. Quest’ultima, amplificherebbe i tweet grazie alla potenza della radio.
Riflessione: è vero che lo scopo non è “portare Twitter in radio”, né tantomeno esportarne la struttura sintattica. Tuttavia, andando oltre queste dichiarazioni, possiamo anche non concepire il tutto come una sorta di “Twitter vocale”, ma fatto sta che ci troviamo di fronte a messaggi in formato 140 caratteri. Che, guarda caso, sono i mattoncini di base di questo social network. Possiamo citare “il medium è il messaggio”, o un più umile “chi nasce tondo non muore quadrato”, ma qui le chiacchiere stanno a zero: una cosa o funziona, o non funziona. Se occorre spiegarla, già c’è qualcosa che non quadra. Questo secondo punto si lega al primo: se ti fermi ed ascolti, bene. Altrimenti, ti perdi almeno un tweet vocale su due.

Terzo punto, molto interessante: come appena detto, il rischio di perdersi qualcosa per strada è elevato. Alex Braga mi risponde con un sonoro e simpatico “chissenefrega”. Se l’ascoltatore si perde un tweet, può scaricare il podcast da iTunes o sul sito ufficiale, o magari può farsi lettore, e frugare in Twitter ricercando l’hashtag #twitandshout. Magari, scoprirà anche qualcosa in più rispetto a quanto non avrebbe fatto limitandosi all’ascolto radiofonico.
Riflessione: la crossmedialità non è utilizzare tanti mezzi tutti insieme. Quella è una conditio sine qua non, ma nulla più. Crossmedialità è orchestrare più mezzi di comunicazione, facendo sì che l’uno rilanci l’altro, generando un circolo virtuoso per il fruitore. Emblematica, a riguardo, una considerazione, che si riassume in una domanda: “ma #twitandshout si ascolta o si legge?“.

In ogni caso, punto quattro, una caratteristica di #twitandshout gode del profondo ed indiscusso rispetto di ognuno dei presenti: il riconoscimento dell’autorialità. Quando i media mainstream tendono a “pescare dalla Rete” senza riconoscere niente a nessuno – come fa notare, tra gli altri, @insopportabile, in conference call via Skype – non c’è un tweet in #twitandshout del quale non venga dichiarata la paternità.
Riflessione: ineccepibile. Le twitstar si firmano e, come già detto, “si leggono”. Punto debole o meno, quest’ultimo, Braga dichiara esplicitamente che, finché ci sarà lui alla guida del programma, a leggere i tweet saranno i rispettivi autori.

Incontro eccezionale – nel quale anche le risposte che non convincono del tutto, contribuiscono a generare ottimi spunti – e trasmissione da seguire, perché innovativa e veramente interessante. A patto che si riesca a ritagliarcisi qualche minuto al giorno per ascoltarla come si deve.

Ultimo spunto in chiusura, in chiave business: pazzesco vedere come gente che lavora insieme si sia vista in faccia soltanto oggi per la prima volta! La dice lunga sulle potenzialità del 2.0 e di pratiche quali crowdsourcing ed outsourcing

Daniele Vincenzoni

Con I-RACE, Roma-Londra si percorre a suon di tweet & like

Ci siamo quasi: circa cento giorni, e i Giochi Olimpici di Londra 2012 avranno inizio. Il 27 luglio, per l’esattezza. Sky, detentore dell’esclusiva per la trasmissione televisiva dell’evento, non manca di ricordarci ogni giorno, da svariati mesi, che metterà a disposizione dei suoi clienti più di dieci canali, permettendo così di seguire ogni singola disciplina, senza perdere nemmeno un minuto della competizione.

Inizia il count-down: 100 giorni all'inizio dei Giochi Olimpici di Londra 2012

Tuttavia, pubblicizzare un evento televisivo esclusivamente attraverso la televisione stessa, al giorno d’oggi, potrebbe risultare un tantino tautologico, in effetti. E, di sicuro, non in pieno stile-Sky, che da tempo dedica ampio spazio al mondo del social networking e dei nuovi media. Su tutte, trovo di grande interesse la pratica del giornalista Stefano Meloccaro che, durante le dirette-studio dei tornei di tennis, commenta e risponde ai tweet inviatigli dai follower.

Impensabile, quindi, non attuare una campagna social per un’evento di primaria importanza quale Londra 2012. Sky non si fa pregare e, a poco più di tre mesi dall’evento, lancia una simpatica iniziativa: la I-RACE. Roma dista dalla capitale inglese 1.430 km, e qualunque internauta può collaborare alla copertura simbolica di tale spazio. Come? Semplice: come dichiarato sul sito ufficiale di Sky, “basta iscriversi al sito i-race.sky.it o attraverso la pagina Facebook ufficiale di Sky Sport HD. La catena virtuale avanzerà per ogni nuovo iscritto, per avvicinarsi, insieme a Sky Sport HD, a Londra 2012.
Inoltre, su Twitter verrà lanciato l’hashtag ufficiale, per fare dell’iniziativa un vero e proprio trending topic, un argomento di cui parlare in rete e, appunto, twittare” (vai alla fonte).

Un’iniziativa, dal punto di vista pubblicitario, simpatica e low cost. L’azienda, o il brand, che sollecita la partecipazione dell’individuo – includendo e coinvolgendo non solo il cliente attuale, ma anche quello potenziale – genera attorno a sé un’aura positiva. Migliorando, inoltre, la propria brand awareness, la notorietà di marca. Il ché, chiaramente, non guasta.

Sky, attraverso queste iniziative, dimostra di aver ben presente l’importanza strategica rivestita dai tool 2.0, grazie alla possibilità di engagement del cliente, che viene chiamato all’azione in una maniera impossibile con i mezzi di comunicazione tradizionali.

Testimonial d’eccezione, peraltro, una bandiera dello sport italiano come Alex Del Piero.

Solo una domanda (o una provocazione, fate voi…): cosa succede se, al via dei Giochi, non si coprono i 1.430 km “virtuali”?!?

Daniele Vincenzoni