Google+, tra finto cloud e mimetismo dei linguaggi. Comunicazione tradizionale: you’re doing it wrong

Proprio in questi giorni, capita di vedere in TV i nuovi spot di Google+. La cosa sa un po’ di nuovo: si sa, Big G non è solito frequentare il piccolo schermo.
Tuttavia, nulla di così strano: se il tuo social network site fatica a decollare, e se le tue finanze ti permettono di acquistare spazi televisivi, il nesso che si viene a creare tra le due constatazioni ci mette poco a farsi più stretto.
Ed in effetti, a mio parere, questa è una buona mossa per Google. Infatti, nonostante media digitali e Web 2.0, ad oggi nessun medium genera una awareness, una notorietà pari a quella restituita dalla TV.

Però, si sa, c’è modo e modo di fare le cose: buone le intenzioni, pessima (o, quantomeno, discutibile) la realizzazione. In particolare, due sono i punti su cui scelgo di battere.

Per prima cosa, i linguaggi utilizzati. Battere all’infinito sul modo in cui la tecnologia può semplificarci la vita è cosa trita e ritrita. Ad ogni modo, se è questo il messaggio che si sceglie di passare, occorre trovare un modo originale ed efficace per raccontarlo. Chi è già da un bel po’ che comunica via TV, guarda un po’, è Apple. La stessa Mela che, ad oggi, è il “nemico” numero uno di Google.
Scimmiottare il suo modo di fare pubblicità può, senza dubbio, rivelarsi un vero e proprio boomerang. Sul breve periodo, non riesce a dare un ché di distintivo al servizio che si promuove; alla lunga, cosa ben peggiore, finisce col configurare Google come un follower, un competitor sempre un gradino sotto rispetto ad Apple. Tutto ciò, inutile dirlo, a lungo termine indebolisce il brand.
Inoltre, considerazione ben più spicciola, bisogna capire e conoscere un mezzo di comunicazione, prima di utilizzarlo. Lo spot, che vuole essere emozionale, è davvero soporifero: un monologo terribilmente prolisso per spiegare che le tue foto, stipate nella memoria dello smartphone che hai smarrito, non sono perse per sempre, ma le ritrovi su un album ospitato sul tuo profilo G+. Per fare un paragone – non a caso ancora con Cupertino – Apple è riuscita a spiegare il cloud computing in uno spot semplice, dinamico, piacevole da guardare (cosa tutt’altro che scontata, visto che l’attenzione del telespettatore è merce davvero rara).

Ora, visto che ho citato l’argomento, parliamo di questo “simil-cloud” offerto dal social di Mountain View. Infatti, un vero e proprio servizio cloud fa sì che i tuoi dati ed i tuoi contenuti, con annesse relative aggiunte e modifiche, siano aggiornati e reperibili su ognuno dei dispositivi sincronizzati: proprio come nello spot Apple di cui sopra, modifico un documento su uno dei miei device, e ritrovo il tutto su ogni altro componente del mio bouquet tecnologico. Allo stesso modo – e in maniera ben più calzante, nella fattispecie – scatto una foto col mio iPad, e questa finisce in automatico nella libreria iPhoto del MacBook Pro, e via dicendo.
Diverso è quello che, ad occhio e croce, sembra esser spacciato come cloud computing, ma non è nulla di più che un comune servizio di hosting: scatto una foto, e questa finisce automaticamente all’interno di un mio album privato su Google+. Niente di così “smart”, a dire il vero. Soprattutto – con un po’ più di malizia – una domanda: siamo davvero sicuri di voler dare a Google, in via istantanea, ogni singola foto scattata dal nostro cellulare? L’album è privato, il ché è meglio di niente, però io non sarei del tutto certo di voler girare a Big G tutte le immagini catturate con il mio smartphone.

Google+, social network site validissimo ma ancora in cerca di una vera identità, di una serie di caratteristiche davvero distintive, prova a farsi largo utilizzando i media tradizionali: best wishes ma, a mio parere, you’re doing it wrong.

Daniele Vincenzoni

p.s.: a quanti si chiedessero cosa ci azzecchi il trinomio Google – social networking – Apple, ricordo che ogni comunicazione fatta dal brand, a prescindere dal prodotto/servizio pubblicizzato, racconta per prima cosa il brand stesso. Quindi, come tale, è suscettibile di un confronto diretto con quelli che, per l’appunto, sono i competitor della marca in questione. Paragone azzardato? 😉

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“LinkedIn che connessione?”. Puntare sui social media ed essere se stessi

 

 

 

 

Lavoro e social media. Inevitabilmente, i due mondi si intrecciano.

Blog e social network sites si sono resi protagonisti di un vero e proprio boom in ambito consumer che, giorno dopo giorno, sembra essere senza fine. È chiaro che, in questo scenario, molte aziende facciano propri questi tool 2.0, incorporando e sfruttando in ottica business (B2B o, ancor di più, B2C) strumenti originariamente pensati per il comune utente.

Ed è chiaro che, se parlare di tecnologia in azienda sembra quasi scontato (anche se il “farne buon uso” è un altro paio di maniche…)applicarla con cognizione di causa in un ambito delicato come quello del recruitment diventa argomento di grande interesse.

Homepage del sito web di Walk on Job

Mercoledì 15 febbraio 2012, Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, Università di Roma. Allo scopo di parlare del “livello 2.0” dell’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, viene organizzato l’evento “LinkedIn che connessione? L’aspetto social del lavoro”, con professori universitari ed esperti del settore, e con la partnership di SOUL Walk on Job.

Di fatto, si evince come le aziende siano ancora poco orientate all’utilizzo dei social media e, spesso, come questi vengano considerati semplicemente come strumenti di supporto, e non integrati nei processi aziendali.

La locandina dell'evento "LinkedIn che connessione? L'aspetto social del lavoro"

La differenza è sostanziale. Pensiamo alla pratica dell’e-Recruitment, e a come questa possa essere interpretata: i tool 2.0 possono semplicemente coadiuvare altri metodi più datati, come nel caso del controllo ex-post di profili corrispondenti ai curricula arrivati via e-mail; tuttavia, tali strumenti possono essere considerati non come aggiunta al processo, ma come il processo. Infatti, alcune aziende operano sui social network sites in ottica propositiva, e non solo “di rimbalzo”, cercando esse stesse profili interessanti, che ben potrebbero inserirsi nel proprio contesto organizzativo. Ex-ante, insomma.

A questo punto, la domanda è lecita: qual è il migliore tra i SNS, “lavorativamente” parlando?

La risposta è relativamente semplice e, non a caso, esplicitata nel nome stesso dell’evento: LinkedIn. Il vantaggio competitivo, rispetto agli altri social network sites, è chiaro, e dato per definizione: LinkedIn è il SNS per il mondo professionale per antonomasia.

Uno strumento che è, contemporaneamente, un curriculum dinamico e sempre aggiornato, una rete sociale, un mediatore tra domanda ed offerta di lavoro. Non tenerlo in grande considerazione sarebbe un terribile spreco, sia per le aziende che per i professionisti.

Chiaramente, un’occhiata a Facebook, che tra i SNS è il più diffuso, la si dà. Questo, chiaramente, ex-post, parlando del recruitment.

Per tutti gli altri social network sites, come TwitterGoogle+ in primis, ma senza scordare le reti meno “generaliste”, vige la regola che “tutto fa brodo”. Se qualcuno ambisse ad un posto nel mondo della fotografia digitale, per esempio, sarebbe assurdo non avere un account Flickr, non conoscere 500px, etc.

O, in ogni caso, saper usare questi strumenti costituirebbe un notevole valore aggiunto per il candidato.

Dunque: le aziende saranno pronte ad avvalersi della risorsa LinkedIn, un giro su Facebook lo faranno di certo e, magari, un occhio anche a Twitter e “simili” verrà dato.

Tuttavia, cosa ci si aspetta di trovare in ciascuno di questi social media? È giusto correre ai ripari, studiare nel minimo dettaglio ogni nostro profilo sui più disparati SNS, al fine di farsi trovare pronti, nel caso il recruiter dedicasse una decina di minuti al nostro “sé 2.0“? Sì e no. Diciamo che, senza particolari sorprese, ogni social network site rispecchia, per certi versi, un ambito della nostra vita. Per quanto non si possa più parlare dei “ruoli” in stile-Goffman, è anche vero che ciascuno di noi utilizzerà Facebook in maniera più informale rispetto a LinkedIn, o comunque in modo diverso, e così via. Il classico utilizzo emergente: è impossibile definire a priori le modalità d’uso di un tool 2.0, perché queste emergeranno con l’utilizzo stesso del medesimo, da parte dei suoi users.

Ciò non è molto diverso dall’1.0: ad un colloquio di lavoro, cercherò di dare di me un’immagine professionale, competente, affidabile; uscendo con gli amici, potrò lasciarmi andare, essere più informale e colloquiale, etc. Allo stesso modo, farò con i tool 2.0.

Mettere in buona luce se stessi, ma mai esagerare nel descrivere le proprie caratteristiche

Inoltre, altro punto di contatto tra le due sfere (o, meglio, tra i due aspetti di uno stesso mondo), per quanto si possa plasmare la propria immagine, per cercare di dare un’immagine di sé consona all’ambiente, materiale o virtuale che sia, la regola è sempre la stessa: cercare di restare sempre se stessi. Insomma, facciamo sì che il personal branding non diventi una sorta di droga, del genere Photoshop per le riviste di moda.

Quindi, seppur senza esagerare – ricordiamoci che, sui social media, siamo in pubblico – usiamo ogni strumento in maniera coerente. Professionali su LinkedIn, come ad un colloquio di lavoro; naturali su Facebook, come quando si esce con amici e conoscenti.

Last but not least, blog e vari progetti personali. Come sostenuto da Els Van de Water di Microsoft, questi costituiscono quel “qualcosa in più“, che fa sì che il nostro profilo ed il nostro curriculum si distinguano da quelli degli altri. È più che giusto, quindi, che vengano messi in evidenza.

Il tempo è denaro, e i recruiter ne hanno poco. Cerchiamo di essere concisi, quella della sintesi è una grande capacità

Ultima postilla, dedicata ad una nuova tendenza nel mondo del curriculum: il cosiddetto video-curriculum, viene realmente percepito come un’idea interessante e, quindi, maggiormente degna di considerazione, se paragonata al suo omologo in forma scritta? La lezione da imparare, qui, è semplice: come ripetuto più e più volte in beAPPtoDate, non è il “si può fare” dettato dalla tecnologia a far cambiare le cose, ma la realizzazione ed il successo di un’idea devono necessariamente passare per gli usi ed i tempi sociali. Il punto è questo: i recruiter, pur volendo, non hanno tempo da perdere: un curriculum si può leggere in maniera più o meno spedita, ma un video non si può vedere a velocità “2x“. All’avanguardia sì, ma con moderazione.

Dando un giudizio, in piena linea con molti dei principi di base dell’Enterprise 2.0, e con non poche analogie con i punti da me analizzati riguardo la classifica di Fortune dei cento migliori posti di lavoro al mondo (vai al post), l’incontro si è rivelato interessantissimo, mettendo a fuoco quei punti – essenzialmente pochi, ma ottimamente articolati – fondamentali da conoscere per chi nel mondo del lavoro è già presente, ma soprattutto per chi sta per affacciarcisi. Un’occasione da non perdere, nel caso si ripresentasse l’opportunità di partecipare anche in futuro.

Daniele Vincenzoni

N.B.: volendo, su Twitter, è possibile rintracciare vari contenuti e citazioni riguardo l’evento, ricercando l’hashtag #aspettosocialdellavoro.

#copiaeincrozza. Retweet crossmediale o semplice “copia e incolla”?

Prima pagina de Il Messaggero di Roma, 9 febbraio 2012, con articolo di fondo dedicato al comico Maurizio Crozza. Il titolo, già dice molto:

“Le battute copiate del comico a Ballarò

e su Twitter diventa #copiaeincrozza”

Eh sì, a quanto pare, il comico genovese sarebbe stato “pizzicato” a copiare le proprie battute da Twitter e, più in generale, dai vari Social Network Site.

Il comico Maurizio Crozza

Il popolo della rete, a quanto pare, non la prende benissimo, e gli dedica un hashtag: quando cinguetti, se vuoi essere uno dei tanti a battezzare Crozza, aggiungi al tuo tweet un bel #copiaeincrozza, e il gioco è fatto.

Di fatto, parliamo di un meccanismo che è ben noto nel Web e, in maniera più ampia, in Internet: la condivisione dei contenuti. Tuttavia, qui c’è una bella differenza: quando si fa un RT, l’utente che per primo ha pubblicato il tweet è chiaramente visibile; anche condividendo da un SNS ad un altro (una foto da Flickr a Tumblr, tanto per dirne una), la fonte è facilmente individuabile, perché esplicitamente indicata; in ultimo, anche parlando di due servizi differenti, come Web ed e-mail, il discorso è spesso comunque valido. Quando la TV attinge dalla rete però, a quanto pare, il meccanismo perde colpi, e la paternità del contenuto va perduta.

E, dato che al popolo della rete non la si fa, ecco pronta la bastonata via Twitter. Gli utenti si scatenano sull’argomento: chi è pro, chi contro, chi non lo considera così interessante, ma comunque non rinuncia a parlarne.

Per la cronaca, Crozza la butta sull’ironia, confessando di copiare dalla rete dai tempi in cui questa ancora non esisteva.

Rai o non Rai, Crozza o non Crozza, talvolta il medium televisivo si rivela un buco nero a livello social: attinge da tutti, ma non riconosce niente a nessuno.

Morale della favola? Parlando di comicità, da un professionista come Crozza ci si aspetterebbe di più – citazione delle fonti o meno – considerando che è pagato per pensare, non per copiare.

2.0 parlando”, la regola è sempre la stessa: nella rete, chi imbroglia prima o poi viene beccato. Più prima, che poi.

Daniele Vincenzoni

Inefficiencies 2.0. When companies play with the social web, without understanding it

Going to the cinema. Is there anything easier? In a few steps, the evening outing is organized.

Step one: choose a movie. Only a few years ago, you had to take a newspaper, to check the cinemas list and, then, you could select a film.

Cinema’s operators then, especially the largest ones, discovered the web site: easy to build and to update, great to use for users/spectators. No more just a timetable, but also plots, news, route infos to reach the cinema, etc.

Today. Someone doesn’t understand the new technologies of the ICT field, and plays with Web 2.0 through the rules of the “old” Internet. Obviously, it happens regardless of the different business sectors.

A few days ago, on Twitter, I found out the profile of one of my favorite cinema in Rome.

It’s great, materially speaking: digital screenings, inside large and comfortable rooms. Everything, into a stunning setting: a pub, a restaurant, a cafè, meadows and a small lake with ducks, goldfishes and turtles, too. Anything, suggests that this enterprise has a good knowledge of the experientiality concept: when you sell a product, customers don’t look only at that one, but also at several other services, which give it an added value. Well: this added value, is very important for the customer loyalty.

Due to this, I expected something more from this Twitter profile.

This Twitter profile infos. We can't find the corporate logo

Since June 2010, only 124 tweets and 53 followers. Few, for a medium corporation, which hosts a large number of viewers every evening.

At first sight, not a good feeling… The first tweet, in fact, says “Ecco il nostro nuovo sito!”, which means “This is our new website!”. Moreover, we can’t find the enterprise’s logo, but just a white bird. Heavy error, in my opinion.

First tweet, first error

So, leaving out the “logo issue”, we have to think about the deep difference between a website and a social network site. A common user couldn’t know this one, maybe, but a corporation must know.

Just an error, also if bad? Could be, I thought. Then, to be sure, I wrote a message to it. Just a simple question: “Good evening. Is the ticket booking for free? Have I to use a credit card? Thanks!”.

My question via Twitter

Of course, I didn’t receive an answer.

So, it’s not a huge problem for a customer. But the enterprise is giving, in this way, a very bad image of itself.

The “social network site” term, of course, means that those sites must be socialrelational and, concretely speaking, it means that you have to answer your followers’ questions.

If you choose to use Twitter, you can’t use it like a traditional medium, although this one is a little mainstream, we could say…

Marketing teaches us that it’s better if you don’t start a service, rather than propose it in a “light version”. In fact, in this case, you don’t have a “half-service”, but an inefficiency.

If a hotel tells you it has an amazing swimming pool and, once there, you can find just a small and dirty bathtub, you can’t be so happy and satisfied. No one likes a half-service. Sometimes, “1.0” is not so different from “2.0”…

Daniele Vincenzoni

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Disservizi 2.0. Quando l’azienda gioca col web sociale senza capirlo

Andare al cinema. Nulla di più semplice: in poche mosse, la serata è organizzata.

Il primo passo, chiaramente, è scegliere il film. Fino a pochi anni fa, si prendeva il quotidiano, si consultava la lista delle sale e, infine, si stabilivano film da vedere e relativo orario.

I gestori dei cinema, in particolare le maggiori catene, hanno poi scoperto il sito web: semplice da costruire e da aggiornare, ideale da fruire per l’utente/spettatore. Non più semplici orari, ma anche trame dei film, news, informazioni stradali per raggiungere la struttura, etc.

Terzo passaggio. C’è chi fa il passo più lungo della gamba, e gioca al Web 2.0 con le regole della “vecchia” rete. Ovviamente, ciò vale per qualsiasi tipo di azienda, potenzialmente.

Giorni fa, su Twitter, sono incappato nel profilo di un cinema che spesso frequento.

All’avanguardia sotto il profilo materiale: proiezioni in digitale all’interno di sale ampie e confortevoli. Il tutto, inserito in un ambiente più che accogliente: pub, ristorante, bar, prati e sentieri per passeggiare, un laghetto artificiale con anatre, pesci rossi e tartarughe, perfino. Il tutto, suggerisce che l’azienda in questione abbia una certa affinità con il concetto di esperienzialità, per il quale la vendita di un prodotto non si limita mai al prodotto in sé, ma si estende ad una serie di altri servizi che comportano un valore aggiunto per il cliente, e che sono fondamentali per la fidelizzazione del medesimo.

È per questo che, una volta fatto un salto sul profilo Twitter, mi aspettavo qualcosina in più.

Le informazioni del profilo Twitter. Da notare, l'assenza del logo aziendale

Da giugno 2010, solo 124 tweet e 53 follower. Pochi, per un cinema di discrete dimensioni, se pensiamo che ormai in una singola sala entrano più di cento spettatori. Risparmiamoci tediosi conti, perché è palese che il rapporto tra follower e clienti ospitati negli ultimi venti mesi è davvero impietoso.

Comunque, per non giudicare il libro dalla copertina, un’occhiata l’ho voluta dare.

Primo tweet, primo errore

E l’inizio, devo dire, è stato tutto un programma: il primo tweet recita “Ecco il nostro nuovo sito!“, vicino ad un’icona raffigurante un’uccellino (e non il logo dell’azienda) inoltre. Tralasciando quest’ultimo particolare, tutt’altro che ininfluente in ogni caso, ciò su cui riflettere è la profonda differenza tra un sito ed un social network site e, più che altro, sul come un’azienda possa non conoscere la differenza tra i due, confondendoli.

Volendo concedere il beneficio del dubbio, fino ad eventuale prova certa, si potrebbe pensare ad un semplice errore, per quanto grave, in questo campo.

La mia domanda via Twitter

Però, un po’ per andare a fondo nella questione, ed un po’ perché di fatto avevo bisogno di alcune informazioni, ho pensato di domandarle attraverso un tweet al profilo. Nulla di complicato: “Buonasera. La prenotazione biglietti è gratuita o a pagamento? Occorre carta di credito, inoltre? Grazie!“. Come volevasi dimostrare, è da giorni che aspetto una risposta che, plausibilmente, non riceverò mai.

Per ciò che mi riguarda, questo può non essere un grande problema. D’altra parte, può essere considerato tale per l’azienda, e per l’immagine che questa dà ai suoi clienti.

Infatti, il termine social network site implica che ci sia una componente social, implica relazionalità e, all’atto pratico, implica il dare una risposta all’utente che, mediante il profilo dell’azienda, avanza una domanda.

Se si sceglie di cogliere l’opportunità-Twitter, non si può utilizzarlo alla stregua di un diffusore di comunicati stampa da 140 caratteri, nonostante questo sia, tra i SNS, quello che più si presta al mainstream.

Non è un caso se il marketing insegna che è meglio non avviare un servizio, che offrirlo in una versione “ristretta”. Semplicemente perché, a quel punto, diventa un disservizio.

Se un albergo dichiarasse di avere una piscina coperta, nessun cliente sarebbe soddisfatto di fronte ad una piscina all’aperto e trascurata. Mezzo servizio non piace a nessuno. Per certi versi, l’1.0 non è così diverso dal 2.0…

Daniele Vincenzoni

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