Facebook come strumento di e-Recruitment. Come cambiano le regole del gioco-privacy

Come spesso accade, si sa, strumenti pensati per un’ottica consumer, per il “comune” utente, vengono successivamente adottati ed integrati nell’ambito business. Spesso, se le cose sono ben fatte, processi lavorativi e struttura organizzativa delle aziende escono da questo incontro profondamente mutati.

Se n’è parlato, proprio pochi giorni or sono (era il 15 febbraio 2012), durante l’incontro “LinkedIn che connessione?“, tenutosi all’università Sapienza di Roma (riguardo il quale ho redatto un post). In particolare, l’evento ha avuto come argomento cardine il ruolo dei social media nei processi di recruitment.

Riguardo ciò, si deve necessariamente constatare come l’utilizzo dei social network sites in azienda non sia incondizionato e, men che meno, indifferenziato. Ognuno di essi ha delle peculiarità proprio perché ogni utente li utilizza in modo differente. È il concetto di emersione: l’uso particolare che si fa di un tool 2.0 emerge, come già visto in altri post, esattamente attraverso l’utilizzo stesso che ne fanno gli utenti.

Certo, a volte le connotazioni sono francamente esplicitate: LinkedIn nasce come social network site dedicato al mondo professionale e, quindi, i suoi iscritti si presentano e si relazionano di conseguenza. Ma, con Facebook, come si mettono le cose? Cosa deve aspettarsi l’utente e, quindi, come deve comportarsi? Riducendo all’osso la questione: le aziende utilizzano Facebook e, se sì, con quali esiti?

A seguito di una ricerca, condotta da un team composto da esponenti di diverse università statunitensi (come riportato da Yahoo! Lifestyle), si evince come i recruiter, osservando per una decina di minuti la Timeline del profilo Facebook di un candidato, arrivino spesso a conclusioni simili a quelle di affermati test psicologici e modelli per la selezione del personale, come il Big Five questionnaire.

La Timeline di Facebook: non il nuovo curriculum vitae, ma un utile strumento per l'e-Rectuitment

Andando oltre le classiche prescrizioni – come il “comportarsi bene”, senza eccedere mai, essendo pur sempre in pubblico, anche se in un ambiente virtuale – questo esperimento testimonia come anche Facebook, inconsciamente considerato un tool 2.0 destinato al nostro volto “non lavorativo”, sia di fatto uno strumento prezioso in ambito business, quindi utilizzabile (ed utilizzato) anche dalle aziende.

C’è chi si lamenta, inneggiando ad un concetto di privacy che, di fatto, si è radicalmente trasformato (ed assottigliato): parafrasando, “le aziende non dovrebbero intromettersi nel nostro privato”. Può anche darsi, e concettualmente non fa una piega. Tuttavia, il mondo non risponde alle semplici regole morali e, di conseguenza, si deve fare i conti con la realtà. E, se si capiscono le regole del gioco, trarne vantaggio.

Bellina e simpatica, ma a doppio taglio, la Timeline esiste. Se si sceglie di essere su Facebook, bisogna accettarla e, attraverso il suo utilizzo, capire come ottimizzarla non solo in ottica relazionale (alludendo, con ciò, ad amici, familiari e conoscenti vari), ma anche professionale, cercando di conciliare le due cose. Ed, in effetti, non si dice nulla di nuovo: Facebook è come una festa alla quale sono presenti genitori, compagni di università, colleghi di lavoro e capi. Starci è una scelta, capire come comportarsi un’arte.

Andiamo oltre i risultati della ricerca, e leggiamo tra le righe: "impara come usare i social network", è il vero messaggio

A questo punto, un paio di curiosità: cosa fa guadagnare punti al candidato (nel surrogato del proprio profilo FB, s’intende)? Molti amici, indice di apertura ed espansività verso le persone che ci circondano (cosa che, chiaramente, anche clienti e colleghi sono), e foto di viaggio, sinonimo di apertura verso il mondo e verso nuove esperienze.

Che la ricerca sia affidabile o meno, poco importa. Il messaggio, chiaramente, non è “datevi all’upload selvaggio dei vostri album delle vacanze”. Più semplicemente (si fa per dire), non usate i social network sites, ma sappiateli usare. Il ché, evidentemente, non è la stessa cosa.

“LinkedIn che connessione?”. Puntare sui social media ed essere se stessi

 

 

 

 

Lavoro e social media. Inevitabilmente, i due mondi si intrecciano.

Blog e social network sites si sono resi protagonisti di un vero e proprio boom in ambito consumer che, giorno dopo giorno, sembra essere senza fine. È chiaro che, in questo scenario, molte aziende facciano propri questi tool 2.0, incorporando e sfruttando in ottica business (B2B o, ancor di più, B2C) strumenti originariamente pensati per il comune utente.

Ed è chiaro che, se parlare di tecnologia in azienda sembra quasi scontato (anche se il “farne buon uso” è un altro paio di maniche…)applicarla con cognizione di causa in un ambito delicato come quello del recruitment diventa argomento di grande interesse.

Homepage del sito web di Walk on Job

Mercoledì 15 febbraio 2012, Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, Università di Roma. Allo scopo di parlare del “livello 2.0” dell’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, viene organizzato l’evento “LinkedIn che connessione? L’aspetto social del lavoro”, con professori universitari ed esperti del settore, e con la partnership di SOUL Walk on Job.

Di fatto, si evince come le aziende siano ancora poco orientate all’utilizzo dei social media e, spesso, come questi vengano considerati semplicemente come strumenti di supporto, e non integrati nei processi aziendali.

La locandina dell'evento "LinkedIn che connessione? L'aspetto social del lavoro"

La differenza è sostanziale. Pensiamo alla pratica dell’e-Recruitment, e a come questa possa essere interpretata: i tool 2.0 possono semplicemente coadiuvare altri metodi più datati, come nel caso del controllo ex-post di profili corrispondenti ai curricula arrivati via e-mail; tuttavia, tali strumenti possono essere considerati non come aggiunta al processo, ma come il processo. Infatti, alcune aziende operano sui social network sites in ottica propositiva, e non solo “di rimbalzo”, cercando esse stesse profili interessanti, che ben potrebbero inserirsi nel proprio contesto organizzativo. Ex-ante, insomma.

A questo punto, la domanda è lecita: qual è il migliore tra i SNS, “lavorativamente” parlando?

La risposta è relativamente semplice e, non a caso, esplicitata nel nome stesso dell’evento: LinkedIn. Il vantaggio competitivo, rispetto agli altri social network sites, è chiaro, e dato per definizione: LinkedIn è il SNS per il mondo professionale per antonomasia.

Uno strumento che è, contemporaneamente, un curriculum dinamico e sempre aggiornato, una rete sociale, un mediatore tra domanda ed offerta di lavoro. Non tenerlo in grande considerazione sarebbe un terribile spreco, sia per le aziende che per i professionisti.

Chiaramente, un’occhiata a Facebook, che tra i SNS è il più diffuso, la si dà. Questo, chiaramente, ex-post, parlando del recruitment.

Per tutti gli altri social network sites, come TwitterGoogle+ in primis, ma senza scordare le reti meno “generaliste”, vige la regola che “tutto fa brodo”. Se qualcuno ambisse ad un posto nel mondo della fotografia digitale, per esempio, sarebbe assurdo non avere un account Flickr, non conoscere 500px, etc.

O, in ogni caso, saper usare questi strumenti costituirebbe un notevole valore aggiunto per il candidato.

Dunque: le aziende saranno pronte ad avvalersi della risorsa LinkedIn, un giro su Facebook lo faranno di certo e, magari, un occhio anche a Twitter e “simili” verrà dato.

Tuttavia, cosa ci si aspetta di trovare in ciascuno di questi social media? È giusto correre ai ripari, studiare nel minimo dettaglio ogni nostro profilo sui più disparati SNS, al fine di farsi trovare pronti, nel caso il recruiter dedicasse una decina di minuti al nostro “sé 2.0“? Sì e no. Diciamo che, senza particolari sorprese, ogni social network site rispecchia, per certi versi, un ambito della nostra vita. Per quanto non si possa più parlare dei “ruoli” in stile-Goffman, è anche vero che ciascuno di noi utilizzerà Facebook in maniera più informale rispetto a LinkedIn, o comunque in modo diverso, e così via. Il classico utilizzo emergente: è impossibile definire a priori le modalità d’uso di un tool 2.0, perché queste emergeranno con l’utilizzo stesso del medesimo, da parte dei suoi users.

Ciò non è molto diverso dall’1.0: ad un colloquio di lavoro, cercherò di dare di me un’immagine professionale, competente, affidabile; uscendo con gli amici, potrò lasciarmi andare, essere più informale e colloquiale, etc. Allo stesso modo, farò con i tool 2.0.

Mettere in buona luce se stessi, ma mai esagerare nel descrivere le proprie caratteristiche

Inoltre, altro punto di contatto tra le due sfere (o, meglio, tra i due aspetti di uno stesso mondo), per quanto si possa plasmare la propria immagine, per cercare di dare un’immagine di sé consona all’ambiente, materiale o virtuale che sia, la regola è sempre la stessa: cercare di restare sempre se stessi. Insomma, facciamo sì che il personal branding non diventi una sorta di droga, del genere Photoshop per le riviste di moda.

Quindi, seppur senza esagerare – ricordiamoci che, sui social media, siamo in pubblico – usiamo ogni strumento in maniera coerente. Professionali su LinkedIn, come ad un colloquio di lavoro; naturali su Facebook, come quando si esce con amici e conoscenti.

Last but not least, blog e vari progetti personali. Come sostenuto da Els Van de Water di Microsoft, questi costituiscono quel “qualcosa in più“, che fa sì che il nostro profilo ed il nostro curriculum si distinguano da quelli degli altri. È più che giusto, quindi, che vengano messi in evidenza.

Il tempo è denaro, e i recruiter ne hanno poco. Cerchiamo di essere concisi, quella della sintesi è una grande capacità

Ultima postilla, dedicata ad una nuova tendenza nel mondo del curriculum: il cosiddetto video-curriculum, viene realmente percepito come un’idea interessante e, quindi, maggiormente degna di considerazione, se paragonata al suo omologo in forma scritta? La lezione da imparare, qui, è semplice: come ripetuto più e più volte in beAPPtoDate, non è il “si può fare” dettato dalla tecnologia a far cambiare le cose, ma la realizzazione ed il successo di un’idea devono necessariamente passare per gli usi ed i tempi sociali. Il punto è questo: i recruiter, pur volendo, non hanno tempo da perdere: un curriculum si può leggere in maniera più o meno spedita, ma un video non si può vedere a velocità “2x“. All’avanguardia sì, ma con moderazione.

Dando un giudizio, in piena linea con molti dei principi di base dell’Enterprise 2.0, e con non poche analogie con i punti da me analizzati riguardo la classifica di Fortune dei cento migliori posti di lavoro al mondo (vai al post), l’incontro si è rivelato interessantissimo, mettendo a fuoco quei punti – essenzialmente pochi, ma ottimamente articolati – fondamentali da conoscere per chi nel mondo del lavoro è già presente, ma soprattutto per chi sta per affacciarcisi. Un’occasione da non perdere, nel caso si ripresentasse l’opportunità di partecipare anche in futuro.

Daniele Vincenzoni

N.B.: volendo, su Twitter, è possibile rintracciare vari contenuti e citazioni riguardo l’evento, ricercando l’hashtag #aspettosocialdellavoro.

Inefficiencies 2.0. When companies play with the social web, without understanding it

Going to the cinema. Is there anything easier? In a few steps, the evening outing is organized.

Step one: choose a movie. Only a few years ago, you had to take a newspaper, to check the cinemas list and, then, you could select a film.

Cinema’s operators then, especially the largest ones, discovered the web site: easy to build and to update, great to use for users/spectators. No more just a timetable, but also plots, news, route infos to reach the cinema, etc.

Today. Someone doesn’t understand the new technologies of the ICT field, and plays with Web 2.0 through the rules of the “old” Internet. Obviously, it happens regardless of the different business sectors.

A few days ago, on Twitter, I found out the profile of one of my favorite cinema in Rome.

It’s great, materially speaking: digital screenings, inside large and comfortable rooms. Everything, into a stunning setting: a pub, a restaurant, a cafè, meadows and a small lake with ducks, goldfishes and turtles, too. Anything, suggests that this enterprise has a good knowledge of the experientiality concept: when you sell a product, customers don’t look only at that one, but also at several other services, which give it an added value. Well: this added value, is very important for the customer loyalty.

Due to this, I expected something more from this Twitter profile.

This Twitter profile infos. We can't find the corporate logo

Since June 2010, only 124 tweets and 53 followers. Few, for a medium corporation, which hosts a large number of viewers every evening.

At first sight, not a good feeling… The first tweet, in fact, says “Ecco il nostro nuovo sito!”, which means “This is our new website!”. Moreover, we can’t find the enterprise’s logo, but just a white bird. Heavy error, in my opinion.

First tweet, first error

So, leaving out the “logo issue”, we have to think about the deep difference between a website and a social network site. A common user couldn’t know this one, maybe, but a corporation must know.

Just an error, also if bad? Could be, I thought. Then, to be sure, I wrote a message to it. Just a simple question: “Good evening. Is the ticket booking for free? Have I to use a credit card? Thanks!”.

My question via Twitter

Of course, I didn’t receive an answer.

So, it’s not a huge problem for a customer. But the enterprise is giving, in this way, a very bad image of itself.

The “social network site” term, of course, means that those sites must be socialrelational and, concretely speaking, it means that you have to answer your followers’ questions.

If you choose to use Twitter, you can’t use it like a traditional medium, although this one is a little mainstream, we could say…

Marketing teaches us that it’s better if you don’t start a service, rather than propose it in a “light version”. In fact, in this case, you don’t have a “half-service”, but an inefficiency.

If a hotel tells you it has an amazing swimming pool and, once there, you can find just a small and dirty bathtub, you can’t be so happy and satisfied. No one likes a half-service. Sometimes, “1.0” is not so different from “2.0”…

Daniele Vincenzoni

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Disservizi 2.0. Quando l’azienda gioca col web sociale senza capirlo

Andare al cinema. Nulla di più semplice: in poche mosse, la serata è organizzata.

Il primo passo, chiaramente, è scegliere il film. Fino a pochi anni fa, si prendeva il quotidiano, si consultava la lista delle sale e, infine, si stabilivano film da vedere e relativo orario.

I gestori dei cinema, in particolare le maggiori catene, hanno poi scoperto il sito web: semplice da costruire e da aggiornare, ideale da fruire per l’utente/spettatore. Non più semplici orari, ma anche trame dei film, news, informazioni stradali per raggiungere la struttura, etc.

Terzo passaggio. C’è chi fa il passo più lungo della gamba, e gioca al Web 2.0 con le regole della “vecchia” rete. Ovviamente, ciò vale per qualsiasi tipo di azienda, potenzialmente.

Giorni fa, su Twitter, sono incappato nel profilo di un cinema che spesso frequento.

All’avanguardia sotto il profilo materiale: proiezioni in digitale all’interno di sale ampie e confortevoli. Il tutto, inserito in un ambiente più che accogliente: pub, ristorante, bar, prati e sentieri per passeggiare, un laghetto artificiale con anatre, pesci rossi e tartarughe, perfino. Il tutto, suggerisce che l’azienda in questione abbia una certa affinità con il concetto di esperienzialità, per il quale la vendita di un prodotto non si limita mai al prodotto in sé, ma si estende ad una serie di altri servizi che comportano un valore aggiunto per il cliente, e che sono fondamentali per la fidelizzazione del medesimo.

È per questo che, una volta fatto un salto sul profilo Twitter, mi aspettavo qualcosina in più.

Le informazioni del profilo Twitter. Da notare, l'assenza del logo aziendale

Da giugno 2010, solo 124 tweet e 53 follower. Pochi, per un cinema di discrete dimensioni, se pensiamo che ormai in una singola sala entrano più di cento spettatori. Risparmiamoci tediosi conti, perché è palese che il rapporto tra follower e clienti ospitati negli ultimi venti mesi è davvero impietoso.

Comunque, per non giudicare il libro dalla copertina, un’occhiata l’ho voluta dare.

Primo tweet, primo errore

E l’inizio, devo dire, è stato tutto un programma: il primo tweet recita “Ecco il nostro nuovo sito!“, vicino ad un’icona raffigurante un’uccellino (e non il logo dell’azienda) inoltre. Tralasciando quest’ultimo particolare, tutt’altro che ininfluente in ogni caso, ciò su cui riflettere è la profonda differenza tra un sito ed un social network site e, più che altro, sul come un’azienda possa non conoscere la differenza tra i due, confondendoli.

Volendo concedere il beneficio del dubbio, fino ad eventuale prova certa, si potrebbe pensare ad un semplice errore, per quanto grave, in questo campo.

La mia domanda via Twitter

Però, un po’ per andare a fondo nella questione, ed un po’ perché di fatto avevo bisogno di alcune informazioni, ho pensato di domandarle attraverso un tweet al profilo. Nulla di complicato: “Buonasera. La prenotazione biglietti è gratuita o a pagamento? Occorre carta di credito, inoltre? Grazie!“. Come volevasi dimostrare, è da giorni che aspetto una risposta che, plausibilmente, non riceverò mai.

Per ciò che mi riguarda, questo può non essere un grande problema. D’altra parte, può essere considerato tale per l’azienda, e per l’immagine che questa dà ai suoi clienti.

Infatti, il termine social network site implica che ci sia una componente social, implica relazionalità e, all’atto pratico, implica il dare una risposta all’utente che, mediante il profilo dell’azienda, avanza una domanda.

Se si sceglie di cogliere l’opportunità-Twitter, non si può utilizzarlo alla stregua di un diffusore di comunicati stampa da 140 caratteri, nonostante questo sia, tra i SNS, quello che più si presta al mainstream.

Non è un caso se il marketing insegna che è meglio non avviare un servizio, che offrirlo in una versione “ristretta”. Semplicemente perché, a quel punto, diventa un disservizio.

Se un albergo dichiarasse di avere una piscina coperta, nessun cliente sarebbe soddisfatto di fronte ad una piscina all’aperto e trascurata. Mezzo servizio non piace a nessuno. Per certi versi, l’1.0 non è così diverso dal 2.0…

Daniele Vincenzoni

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